La bellezza non si conserva da sola: quando la filantropia se ne fa custode

La questione non è stabilire se il nostro patrimonio artistico meriti di essere preservato, ma comprendere se gli strumenti con cui oggi se ne sostiene la conservazione siano ancora adeguati. Il caso San Clemente

Tommaso Santini, Alessandro Crocco

Ogni volta che viene un imprenditore o un filantropo americano a visitare la Basilica di San Clemente in Laterano, a Roma, emerge quasi inevitabilmente la stessa domanda. Dopo aver attraversato quasi duemila anni di storia - dalla basilica medievale a quella paleocristiana, fino al mitreo romano custodito sotto il livello della città contemporanea - allo stupore subentra una riflessione più profonda: come sarà possibile garantire che un luogo così straordinario continui a vivere e a essere compreso dalle generazioni future?.

È un interrogativo che supera i confini di San Clemente e riguarda l'intero patrimonio culturale italiano, perché il Bel Paese custodisce una delle più vaste eredità artistiche, storiche e spirituali del mondo, disseminata tra chiese, monasteri, archivi, biblioteche, siti archeologici e opere d'arte. Proprio l'eccezionale ampiezza di questa ricchezza rende la sua tutela una responsabilità tanto grande quanto complessa.

La questione, dunque, non è stabilire se tale patrimonio meriti di essere preservato ma comprendere se gli strumenti con cui oggi se ne sostiene la conservazione siano ancora adeguati. Per troppo tempo la tutela culturale è stata considerata prevalentemente un onere affidato alle risorse pubbliche. Occorre, invece, riconoscerla come un investimento strategico, capace di generare conoscenza, occupazione, turismo, reputazione internazionale, identità e futuro.

Il fundraising americano

Se si ha la possibilità di osservare da vicino il funzionamento del fundraising negli Stati Uniti, si può constatare quanto la cultura della donazione sia profondamente radicata nelle comunità. Università, musei, ospedali, biblioteche e istituzioni culturali non sono sostenuti soltanto dai finanziamenti pubblici, ma anche da cittadini, famiglie, imprese e fondazioni che avvertono la responsabilità di restituire una parte di ciò che hanno ricevuto. In questo contesto il donatore non è semplicemente il destinatario di una richiesta economica, ma una persona alla quale viene offerta la possibilità di tradurre i propri valori in un impatto concreto.

Il Progetto San Clemente

È da questa esperienza che nasce il Progetto San Clemente, promosso dalla Hortus Foundation. Il suo fulcro è il restauro e la valorizzazione della Basilica, uno dei luoghi più straordinari della cristianità e della storia di Roma; la sua ambizione, tuttavia, è più ampia: dimostrare che la collaborazione tra istituzioni religiose, professionisti, comunità internazionale e filantropia privata può dare vita a un modello credibile e sostenibile di tutela del patrimonio culturale.

Nel corso degli ultimi anni la Fondazione ha incontrato imprenditori, famiglie e fondazioni a loro volta interessati a sostenere il progetto e quasi nessuno di loro si è chiesto quale sarebbe stato il ritorno economico della propria donazione. Le domande erano altre: quale impatto potrà generare? Come saranno impiegate le risorse? La Basilica sarà ancora qui tra cento anni?

Sono interrogativi che restituiscono il significato più autentico del fundraising: non una semplice raccolta di risorse, ma una relazione fondata sulla fiducia. Chi sceglie di sostenere un progetto culturale non contribuisce soltanto alla tutela di un bene, ma aderisce a una visione e alla sua capacità di produrre risultati concreti e duraturi.

Tutela, conoscenza, fruizione

A San Clemente questa visione prende forma in un progetto unitario e di lungo periodo, capace di coniugare tutela, conoscenza e fruizione. L'obiettivo non è soltanto preservare la Basilica ma valorizzarne la straordinaria stratificazione e consegnarla al futuro come un luogo vivo, comprensibile e capace di dialogare con pubblici, culture e generazioni differenti.

Ciò che colpisce maggiormente non è che un luogo di eccezionale rilievo storico, artistico e spirituale richieda risorse per essere custodito, ma che la visione costruita attorno alla sua tutela sia riuscita a mobilitare un rilevante sostegno privato internazionale. Donatori americani hanno scelto di contribuire, nel cuore di Roma, alla salvaguardia di un patrimonio italiano dal valore universale.

Il risultato più significativo, tuttavia, non risiede soltanto nelle risorse raccolte; attorno a San Clemente si è formata una comunità internazionale di persone che hanno scelto di condividere la responsabilità della sua tutela. È in questo passaggio che il fundraising esprime il proprio valore più profondo: quando il sostegno economico diventa partecipazione e i donatori si trasformano in custodi di un bene che appartiene a tutti.

Anche la scelta dell'anonimato da parte di alcuni donors assume un significato particolare. Nella cultura, infatti, filantropica anglosassone il dono può prescindere dalla ricerca di visibilità personale: il protagonista non è necessariamente chi contribuisce ma il progetto e il bene comune che, attraverso quel contributo, vengono preservati. L'obiettivo non è celebrare chi dona, ma ispirare altri a compiere la stessa scelta.

Ed è proprio qui che l'esperienza di San Clemente può offrire uno spunto importante per Venezia.

Venezia, a proposito

Venezia dispone di un patrimonio culturale e di una reputazione internazionale senza eguali. È conosciuta, amata e riconosciuta in ogni parte del mondo e ha già dimostrato di saper attrarre risorse private per la conservazione dei propri beni. La sua forza simbolica è immensa; altrettanto grande è la comunità internazionale che sente di avere con la città un legame culturale, affettivo e civile.

Eppure questa capacità di attrazione rimane ancora in larga misura polverizzata. Come già evidenziato in questa rubrica, il fundraising veneziano è caratterizzato da numerose iniziative, soggetti e campagne che operano spesso separatamente e si rivolgono talvolta alla stessa platea di potenziali donatori. È una ricchezza di energie, competenze e dedizione che, in assenza di una strategia comune, rischia però di ridurre l'efficacia complessiva della raccolta e di rendere più difficile il rapporto con i grandi interlocutori internazionali.

Il tema non è creare l'ennesima organizzazione ma costruire un'infrastruttura capace di mettere a sistema ciò che già esiste. Una piattaforma permanente potrebbe coordinare le iniziative, mappare i fabbisogni, individuare priorità, selezionare progetti, comporre un portafoglio organico di opportunità e sviluppare nel tempo relazioni solide con grandi donatori, fondazioni e imprese internazionali.

Perché questo modello funzioni servono professionalità, trasparenza, capacità di raccontare l'impatto dei progetti e una governance in grado di meritare la fiducia dei donatori. La fiducia, prima ancora del capitale economico, è il vero patrimonio di ogni organizzazione. Non nasce da una singola campagna e non si esaurisce con una donazione: si costruisce attraverso la qualità delle proposte, la chiarezza nell'impiego delle risorse, la misurabilità dei risultati e la continuità delle relazioni.

Come presentarsi al mondo

Un'unica visione potrebbe così accogliere molte possibilità di intervento. Il donatore potrebbe scegliere di sostenere un restauro, la tutela della laguna, l'ambiente, la cultura, la ricerca, l'housing o la rigenerazione urbana, sapendo però che il proprio contributo entra in una strategia complessiva per il futuro della città. È il passaggio dalla raccolta episodica alla filantropia strategica, dalla competizione tra singole iniziative alla collaborazione tra soggetti che condividono la medesima responsabilità.

Significa anche cambiare il modo in cui Venezia si presenta al mondo: non soltanto una città che ha bisogno di risorse per conservare il proprio straordinario patrimonio, ma una città capace di proporre una visione, organizzare le opportunità e costruire attorno a esse una comunità internazionale di custodi.

San Clemente dimostra che tutto questo è possibile. Dimostra che si possono mobilitare capitali esteri per la tutela di un luogo italiano; che la dimensione della raccolta può diventare significativa quando esistono progettualità, trasparenza e governance; che il fundraising può sostenere interventi complessi e di lungo periodo; e, soprattutto, che il capitale più prezioso non è soltanto quello raccolto, ma quello sociale generato attorno al progetto.

Venezia possiede tutte le condizioni per compiere un passo ulteriore. La sfida non è semplicemente raccogliere più denaro, ma trasformare la straordinaria capacità di attrazione della città in una capacità organizzata di mobilitare capitale, competenze e responsabilità.

Perché la bellezza non si conserva da sola, può attirare il capitale ma soltanto una visione credibile, una governance trasparente e una comunità consapevole possono trasformare quel capitale in futuro.

*Alessandro Crocco è Presidente di Hortus Foundation, New York City

 

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