Venezia, il campo largo e l’autogol identitario
Quando diventa puro calcolo elettorale, l’integrazione smette di essere una politica progressista e diventa una scorciatoia clientelare. E qui la scorciatoia si è vista tutta

Il Centrodestra a Venezia ha fatto quello che una coalizione politica deve fare quando vuole vincere: ha tenuto insieme interessi, filiera amministrativa, radicamento territoriale e candidato. Si può discutere il merito della proposta, la qualità della classe dirigente, l’eredità politica e giudiziaria della stagione precedente, ma sul piano elettorale ha giocato una partita riconoscibile.
Il Centrosinistra, invece, ha fatto molto di più per perdere ha inanellato una serie di autogol, alcuni tattici, altri culturali. Il più evidente è stato il tentativo di cercare consenso su base comunitaria, aprendo le liste del PD a candidati di origine bengalese e costruendo attorno a quella scelta un’operazione che, sulla carta, poteva essere presentata come inclusione, integrazione, rappresentanza dei nuovi cittadini.
Il problema è che l’integrazione quando diventa puro calcolo elettorale smette di essere una politica progressista e diventa una scorciatoia clientelare. E qui la scorciatoia si è vista tutta.
Una campagna rivolta a una comunità specifica prevalentemente nella sua lingua madre, incontri politici percepiti come rivolti quasi esclusivamente agli uomini, richiami religiosi dentro una competizione laica, promesse simboliche, come quella di nuovi spazi di culto, agitate più come merce elettorale che come tema serio di convivenza urbana. Tutto questo ha dato l’impressione non di una sinistra che integra, ma di una sinistra che segmenta il corpo elettorale in blocchi identitari da mobilitare.
Ed è qui il punto politico vero. Una forza liberale, riformista o progressista non dovrebbe limitarsi a “portare dentro” una comunità, dovrebbe chiedere con chiarezza un patto di cittadinanza. La rappresentanza è legittima, ma non può essere separata da alcuni principi non negoziabili: parità tra uomini e donne, libertà religiosa e libertà dalla religione, laicità dell’azione politica, centralità della Legge Italiana, rifiuto di ogni tradizione incompatibile con l’ordinamento democratico.
Su questo il Centrosinistra avrebbe dovuto essere netto, non per ostilità verso una comunità, ma per rispetto verso quella comunità e verso la Città. Perché l’integrazione non è il voto organizzato per appartenenza, l’integrazione è cittadinanza comune, diritti comuni, doveri comuni, è l’opposto del recinto identitario.
Invece è passata l’idea di un’operazione utilitaristica: prendere voti dove si possono prendere, anche a costo di rinunciare a dire parole chiare su laicità, libertà individuale, emancipazione femminile e primato delle regole comuni. Una sinistra che per anni ha fatto la morale agli altri sul pluralismo si è ritrovata a praticare una forma di comunitarismo elettorale piuttosto grossolana.
A Venezia poi tutto questo pesa ancora di più. Non siamo in una città qualsiasi. Venezia ha una memoria storica, simbolica e culturale potentissima, è la Città di Marcantonio Bragadin, è una Città che nelle sue tradizioni conserva anche il ricordo di Lepanto, è un luogo in cui il rapporto tra Oriente e Occidente non è mai stato banale folklore, ma storia, commercio, conflitto, diplomazia, dialogo, identità. Pensare di maneggiare questi temi con la leggerezza di un’operazione di lista significa non capire dove ci si trova.
Il Centrodestra non ha dovuto inventarsi molto, gli è bastato raccogliere l’assist. Ha potuto presentarsi come argine, come continuità, come difesa di un ordine riconoscibile. Il Centrosinistra, invece, si è messo nella posizione peggiore: quella di chi parla di inclusione, ma pratica il calcolo, parla di diritti ma tace sui principi, parla alla Città ma costruisce messaggi per segmenti separati di elettorato.
Il risultato è che non ha vinto solo il Centrodestra, ha perso, soprattutto, un’idea credibile di Centrosinistra urbano, laico, riformista e capace di governare la complessità senza trasformarla in una somma di rendite identitarie.
A Venezia non serviva una Sinistra che inseguiva comunità da arruolare, serviva una proposta di Città, e, ancora una volta, quella proposta non si è vista.
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