Il banco di prova della cultura per Venezia, e che non siano solo grandi eventi
Stiamo aspettando la cultura come forma identitaria. Non solo nei festival, non solo nei grandi appuntamenti, ma nelle strade, nelle calli, nei campi e nelle piazze

Si pensava che sarebbe stato uno dei fronti di battaglia di queste comunali e invece se n’è parlato meno. Non poco: meno del previsto. In campagna elettorale i temi si scaldano da soli, trascinano il confronto. Dalla sicurezza allo spopolamento, dal destino del Porto alla cosiddetta “questione bengalese” e alla divisiva moschea, la sfida tra il campo largo di Andrea Martella e la coalizione vincente di Simone Venturini non si è risparmiata nella corsa per arrivare ad amministrare Venezia, la vecchia signora d’Europa, che merita un futuro luminoso all’altezza del suo straordinario passato.
E adesso che accadrà?
Si aspettano le nomine degli assessorati e, tra queste, quella alla cultura sembra una delle più delicate: forse la più esposta alla possibilità di una figura tecnica, chiamata a un compito difficile quanto necessario. Fare tre cose che la città aspetta da molto tempo: governare il sistema, perché Venezia ha troppi soggetti culturali scollegati; rafforzare l’economia culturale, perché eventi e istituzioni devono produrre lavoro e competenze sul territorio; tenere viva la città, perché cultura, casa, giovani, lavoro e spazi non sono dossier separati.
Sono tutti parte di quell’identità che ti spinge a lottare per rimanere, a difendere la tua appartenenza e a sentirti orgoglioso del territorio in cui vivi. Semplificare è semplice quanto pericoloso. Ma per comprendere la temperatura possiamo tornare indietro di qualche anno e guardare al Carnevale di Venezia, cartina tornasole di come la città abbia perduto una parte della propria identità senza comprenderne fino in fondo il valore. Proprio questo inverno, due turisti spaesati si sono avvicinati chiedendo: “Sorry, where is the Carnival?” Ma il Carnevale non ha un dove. Il Carnevale dovrebbe essere tutta la città, in tutta la città, per tutta la città. Abbiamo perduto quella gioia festiva di animare le calli e i campi, di celebrarli, colorarli, sentirci autorizzati a fare festa, offrire un bicchiere di vino speziato caldo ai visitatori infreddoliti. C’era. Non abbiamo saputo preservarla né comprenderne il valore.
E un po’ alla volta, una restrizione e una delibera alla volta, si è soffocato molto di ciò che era autoctono, favorendo i grandi eventi che, pur necessari, non possono avere il monopolio totale di una tradizione popolare che deve tornare al popolo.
Ci sono molti artisti, molti musicisti, molte compagnie che aspettano il Carnevale per incontrare un pubblico venuto per l’allegria, per il racconto storico di una città che, una settimana all’anno, si animava di musica e colore. A loro si dovrà parlare. A loro si dovranno offrire punti di incontro e confronto, mappando e rinforzando le realtà vive del territorio per permettere loro di restare, crescere e diventare soggetti attivi nella rinascita culturale della città. Per molti anni ho avuto la fortuna di condurre gli eventi della Compagnia de Calza “I Antichi” in campo San Maurizio. Quello spazio liminale tra Santo Stefano e Piazza San Marco, dove flussi di persone si fermavano davanti a guitti in calzamaglia che animavano il campo per la sola gioia di fare festa.
Costo per le casse del Comune? Praticamente zero. Solo le autorizzazioni per montare un palco, e poi via: a braccio, con declamazioni di poesia e musica dal vivo. Mai fino a tardi, perché al termine della serata ci si univa all’onda del Carnevale.
In costume si andava a folleggiare. Semel in anno licet insanire, si diceva. Una città che sapeva e difendeva l’importanza delle proprie tradizioni. E le compagnie di calza a Venezia nascevano anche per questo: per sfidarsi a chi faceva il Carnevale più bello. Perché chi fa cultura lo fa per la cultura, non per altro. Basta trovare il modo di alimentare quel fuoco, e quella luce non si spegnerà. Quello del Carnevale è solo un esempio, un caso da analizzare per comprendere la differenza tra una cultura viva e una cultura macchinosa e stanca.
Una rotta da invertire. Un patrimonio da ritrovare. Bisognerà lavorare, e molto, per capire cosa resta e come riportarlo nei suoi luoghi. Bisognerà comprendere il valore di chi continua a produrre cultura dal basso, facilitarne i permessi, aiutarlo a incontrare il pubblico in sicurezza, offrirgli la possibilità di sentirsi parte di un ecosistema vivo. Bisognerà anche incoraggiare i grandi enti ad aprire le porte a ciò che può crescere grazie a loro, portando nuove energie e nuove idee. Perché le idee e le energie non sono mai troppe.
E adesso sia cultura. Perché la stiamo aspettando. Non solo nei festival, non solo nei grandi appuntamenti, ma nelle strade, nelle calli, nei campi e nelle piazze. In tutte le vene vive che portano ossigeno a questa nostra città. Venezia merita di ritrovare la cultura ovunque, tutto l’anno, e di rinnamorarsi della bellezza che sa ancora generare.
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