Il sogno di don Armando: «Una grande città solidale»

Il fondatore dei Centri Don Vecchi spegne 89 candeline e progetta il futuro. «Entro i 90 vorrei inaugurare il nuovo polo che riunirà tutte le attività caritative»

MESTRE. Nonostante l’incedere degli anni, il vulcanico don Armando Trevisiol continua a sognare, e sono proprio i progetti che ha in testa a dargli la forza di andare avanti con tutta la sua verve. Il responsabile della Pastorale del lutto, presidente emerito della Fondazione Carpinetum, assistente spirituale di quella grande fatica racchiusa nel nome Centri Don Vecchi, qualche giorno fa ha compiuto la veneranda età di 89 anni, e non smette di cercare soluzioni per aiutare chi ha più bisogno grazie alle sue iniziative caritative. Don Armando Trevisiol è il simbolo del sacerdote che non tradisce la fiducia delle persone, quello a cui affidare testamento e risparmi, con la certezza che quando tu non ci sarai più, una persona meno fortunata avrà un tetto sotto al quale dormire. «La carità produce carità», spiega don Armando, che adesso in testa, ha la cittadella della solidarietà agli Arzeroni, che vuole portare avanti con l’obiettivo di riunire in un’unica struttura le attività caritative cui ha dato vita negli anni e attorno alle quali ruotano ben 250 volontari. Continua a celebrare funerali, ad occuparsi del cimitero, a scrivere e materializzarsi all’ospedale per distribuire il settimanale l’Incontro, ma soprattutto a dare un senso alla vita della gente comune.

Nuovi Paradiso bond per il polo della carità
20100105 - MESTRE (VENEZIA) - HUM - PRETE OFFRE 'BOT DEL VANGELO' PER COSTRUIRE CENTRO ANZIANI. Don Armando Trevisiol, parroco in Mestre, mostra un bond del Paradiso, i titoli azionari, da lui cos“ rinominati, che serviranno all'ampliamento dell'ospizio del Centro Don Vecchi di Carpenedo oggi 5 gennaio 2010 a Mestre. Andrea Merola/ANSA /DC


Gli ultimi in cima ai pensieri.

«La carità genera carità, per questo stiamo distribuendo a tutte le mense della città di Mestre e Venezia, da Altobello a Marghera, Caritas, San Vincenzo, ma anche laiche come la casa dell’Ospitalità, del denaro che abbiamo racimolato negli anni grazie al contributo di quelle persone che vengono ai magazzini San Martino gestiti dall’associazione Vestire gli Ignudi a cercare dei vestiti e lasciano un piccolo contributo. Distribuiamo gratis indumenti che raccogliamo e chiediamo un sostegno simbolico. Il Cda della Fondazione ha dato mandato a me di distribuire i ricavati, soldi dei poveri per i poveri, cosa che sto facendo. Ad ogni mensa ho destinato 3 mila euro e ho devoluto del denaro ad associazioni come Avapo e Agape».

La solidarietà non si ferma.

«Mai. Abbiamo acquistato un Doblò per il Don Vecchi di Marghera, per portare gli anziani a fare visite e terapie gratuitamente».

Il prossimo obiettivo?

«La cittadella della solidarietà agli Arzeroni, dove aggregare tutte le attività caritative che abbiamo messo in piedi negli anni, un luogo attrezzato che vorrei chiamare “Centro di solidarietà Santa Marta”, perché era una santa che si dava da fare, la quale ha dimostrato che si va in cielo anche con le opere, non solo con i Gesù e Maria, la fede che non si fa carità, è aria fritta».

È il suo sogno?

«Mi piacerebbe che fosse il mio regalo per i 90 anni, spero di tagliare il nastro del nuovo Centro, sempre se la burocrazia si da una mossa, altrimenti passerò alla batteria grossa, ho imparato che politici e burocratici temono una sola cosa, l’opinione pubblica».

I soldi sono un problema?

«Abbiamo ricevuto diverse eredità, solo l’anno scorso abbiamo avuto un lascito di un milione e 400 mila euro».

A proposito di eredità, lei oramai è una garanzia.

«Lo dico con umiltà, credo di aver acquisito una certa credibilità, per cui sono onorato e mi da gioia che la gente abbia fiducia in me».

Come si sente a 89 anni?

«Sono in imbarazzo, perché ho ricevuto tantissimi attestati di affetto e di auguri, sto ingannando mezzo mondo facendo credere di avere risorse che non ho, faccio del mio meglio e fino in fondo, ma mi sento un uomo qualunque. Seguo i valori con i quali sono cresciuto, anche se oggi in modo meno diretto: ci sono i miei successori che prendono decisioni e portano avanti le scelte, è un problema che mi sono posto diversi anni fa per dare un futuro a quanto è stato creato. Il sole sorge dove i giovani posano gli occhi».

Qual è la ricetta del miracolo di don Armando?

«Metto in moto un volano, faccio in modo che la solidarietà cresca tra la gente normale, i soldi distribuiti provengono dagli “ultimi”, dalle piccole offerte di chi ha ricevuto in dono i vestiti. Noi rimettiamo tutto in circolo per aiutare i poveri e racimoliamo ogni centesimo».

Quello creato è un piccolo impero per anziani e meno abbienti.

«Oggi abbiamo quasi 500 appartamentini, le persone più povere vivono in un ambiente signorile, dignitoso, ricordo una vecchietta che diceva sempre che questo era un centro benessere, la parola “casa di riposo” la faceva arrabbiare e noi la schernivamo.

Lei vive da anni al Don Vecchi 2.

«Sono felicissimo di condividere con gli ultimi un appartamentino del Centro, per me è una scelta agiata, che rappresenta un tenore di vita superiore a quello in cui sono cresciuto».

Com’è il rapporto con l’istituzione ecclesiale?

«Sono in pensione, curo la chiesa del cimitero e faccio l’assistente spirituale dei Don Vecchi, non frequento tutti gli incontri con il Patriarca, del resto non è opportuno che perda tempo con me, ci sono questioni più importanti».

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