Le gallerie d’arte a Venezia: imparare dal passato per avviare una prospettiva per il futuro
Cosa ci può insegnare la felice stagione del fiorire, attorno agli anni Sessanta del secolo scorso, di numerose gallerie d’arte private attive nel territorio, tra Venezia e Mestre. Il Catalogo Bolaffi ne contava all’epoca una quarantina.

C’è una teoria economica che sostiene come la bellezza, sia essa naturale o opera artificiale dell’uomo, possa diventare motore in grado di generare crescita economica e sociale di un luogo e di come la stretta relazione tra fattori ambientali e individui sia in grado di stimolare processi di creatività e innovazione.
Ebbene, è in questo preciso contesto che vale la pena di ricordare la felice stagione del fiorire a Venezia e Mestre, attorno agli anni Sessanta del secolo scorso, di numerose gallerie d’arte private attive nel territorio. Il Catalogo Bolaffi ne contava all’epoca una quarantina.
È proprio durante quel periodo che si assisté al proliferare di spazi espositivi in città, come non si vedeva nel resto del Paese, in concomitanza al fiorire del mercato dell’arte sorto una decina d’anni prima nel contesto del boom economico italiano. Si trattò di un fenomeno che contribuì a creare un clima culturale dinamico e stimolante grazie alla circolazione di opere e artisti, collezionisti e professionisti del settore che innescò a sua volta una serie di progetti e iniziative legati al mondo dell’arte. Fu l’occasione unica per gli artisti veneziani, specie per quelli più giovani, di confrontarsi con artisti internazionali e con le più importanti avanguardie italiane ed estere.
Tutto ciò fu favorito naturalmente da un ambiente che, grazie alla presenza e all’apporto della Biennale e di centri culturali di primissimo rilievo, tra i quali la collezione Guggenheim, contribuì alla diffusione di attività espositive delle gallerie private che integrarono quelle istituzionali e che seppero cogliere i segnali del cambiamento sul piano della ricerca artistica. L’offerta di queste gallerie private era varia e diversificata e, soprattutto nel periodo estivo durante lo svolgimento della Biennale, si intensificava anche se l’esperienza per molte di queste gallerie fu di breve durata.
Venezia dunque seppe cogliere favorevolmente, in quegli anni, il clima di vitalità e creatività che si respirava in ambito artistico. Riportiamo solo alcuni esempi di quel periodo d’oro.
La Galleria del Cavallino in riva degli Schiavoni, fondata da Carlo Cardazzo, che diventò un punto di riferimento per la ricerca artistica d’avanguardia a livello nazionale creando tra Venezia Milano e Roma un network unico per le relazioni e gli scambi culturali.
La Galleria del Leone, diretta da Attilio Codognato, che assunse un ruolo primario in città per la pop art: fu la prima galleria ad esporre opere di questo genere. Inaugurata nel 1962 con una mostra personale di Lucio Fontana che anticipò la premiazione dell’artista alla biennale del 1964. Come, peraltro, avviene anche ai giorni nostri, la galleria concentrava la propria attività espositiva durante il periodo estivo, in concomitanza con lo svolgimento della Biennale, durante il quale si intensificava la partecipazione di un pubblico internazionale di “addetti ai lavori”. Un punto di riferimento del B2B che, proprio per questo motivo, trovò difficoltà ad integrarsi con il tessuto culturale cittadino.
La Galleria Internazionale aperta nei pressi di San Tomà nel 1964, nata per opera di un gruppo di intellettuali italiani, ebbe invece sin da subito una vocazione politica diventando un luogo di incontri e dibattici a cui parteciparono Toni Negri, Massimo Cacciari, Gianni De Michelis, Franco Basaglia, Vladimiro Dorigo.
Ma anche la terraferma non fu estranea a questo fenomeno della diffusione del mercato dell’arte. A Mestre furono aperte la Galleria San Giorgio e la Galleria Elefante che focalizzarono la loro attività in particolare nell’ambito della pop art e delle avanguardie. Durante la Mostra “American Supermarket” del 1965, venne replicato un format di supermercato con opere dei principali esponenti della pop art a partire da Warhol, Lichtenstein e Oldenburg.
Le gallerie veneziane sorte in quegli anni svolsero un ruolo primario nel panorama artistico non solo italiano, in un periodo di profondi cambiamenti economico sociali che fu contraddistinto, anche per Venezia, da contestazioni che investirono le principali istituzioni culturali della città a partire dalla Biennale e dalla Fondazione Bevilacqua La Masa.
Ma le gallerie private veneziane furono, seppur per un breve periodo che non durò più di un decennio, testimoni attivi del cambiamento del mercato dell’arte, cavalcando i fenomeni artistici e i meccanismi espositivi dell’epoca.
Le tendenze artistiche, e con esse i media e il pubblico di settore, si concentrarono per lo più nei grandi centri economici del Paese trascurando i luoghi economicamente più deboli e meno adatti ad accogliere le proposte del contemporaneo. A partire dalla fine degli anni Sessanta a Venezia si cominciò a manifestare il progressivo spopolamento con conseguente perdita del capitale umano indispensabile per poter attivare e sviluppare l’industria culturale. Una perdita inestimabile di opportunità per gli artisti emergenti locali e non, se si pensa alla concentrazione unica di fattori ambientali abilitanti che Venezia e Mestre avevano saputo costruire. Nulla di più facile pensare a processi di rigenerazione urbana di quartieri, sia in centro storico che nella terraferma, da innestare a partire proprio dalla creative culture.
Ad ogni modo nulla è perduto ed è proprio dalle esperienze e, naturalmente, anche dagli errori o mancanze del passato, che si può sempre imparare per tracciare nuove traiettorie. Il lavoro fatto da Biennale per riqualificare il Forte di Marghera, un sito storico della terraferma dalle caratteristiche architettoniche e ambientali uniche, rappresenta ad esempio una prospettiva futura che, se coltivata, potrà sicuramente accrescere la capacità di empowerment culturale della città.
Willem Dafoe, direttore artistico del settore teatro della Biennale di Venezia per il 2025/26 - che in precedenza aveva vinto la Coppa Volpi al Festival di Venezia per la sua interpretazione di Van Gogh nell’omonimo film autobiografico – ha visitato lo scorso anno il sito di Forte Marghera: un segnale tangibile di come si possa lavorare sulla creative culture quale motore di processi di rigenerazione urbana.
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