«Così mi hanno picchiata e violentata»
Il viso è ancora attraversato da un lungo livido viola, che le scende dall’occhio. Dalla maglietta spuntano i segni delle violenze subite. Ma la voce è ferma mentre per più di tre ore - ieri pomeriggio - ha raccontato al giudice per le indagini preliminari il suo calvario di promessa sposa-bambina.
Riuscendo a controllare le lacrime - lei che di anni ne ha compiuti da poco 14 - determinata, ieri ha ripetuto il suo racconto davanti alla gip Roberta Marchiori: dall’altra parte del vetro - nella stanza protetta della Cittadella della Giustizia riservata alle udienze con minorenni - Nermin Jasar, la donna macedone accusata di concorso in violenza sessuale, sequestro di persona, lesioni aggravate, maltrattamenti. La “suocera” - secondo l’accusa - ha comprato la ragazzina dai genitori per poche migliaia di euro, per poi darla in sposa al figlio diciassettenne, in una compravendita tra famiglie che sembra far precipitare indietro l’orologio sociale nei decenni e che, invece, è così drammaticamente vicina a noi. Una cessione di vite che non aveva fatto i conti con la reazione della ragazzina, che in aprile - quando aveva ancora 13 anni - è stata spedita in Italia e ha trovato violenza tribale ad attenderla, nella casa di via del Bosco a Marghera, dove - nonostante le grida e i calci - è stata violentata dal suo futuro “sposo” di 17 anni, con tanto di esibizione del lenzuolo alla madre per la verginità violata. «Da noi si fa così», si è giustificato lui. Ma lei ha ancora ricostruito i giorni in cui è stata segregata in casa, picchiata e punita con bruciature di corrente elettrica, bagni di sale, botte perché non si rassegnava al suo destino succube di moglie-bambina. Fino a quando, tre settimane fa, è riuscita a fuggire dall’incubo nel quale era stata precipitata ed è stata soccorsa dai passanti mentre vagava disperata tra le strade di Marghera, il corpo martoriato dalle percosse, le bruciature, i graffi.
La sua denuncia ha fatto finire in carcere la “suocera” e il “promesso sposo” e rivelato il permanere di tradizioni ancestrali che si pensavano lontane, se non superate, ma ancora presenti anche nella comunità rom locale.
«E’ stata brava, perché dev’essere una vera tortura dover ripetere per la terza volta una simile violenza subita, dopo l’interrogatorio in ospedale e quello al Tribunale dei minori», commenta l’avvocato Angelo Pozzan, «il suo racconto è stato puntuale, concorde con i precedenti: ci sono i referti medici a testimoniare le violenze che lei ha ricostruito». «È una ragazzina che ha subito un’esperienza molto traumatica», commenta l’avvocato Alberto Fassina, nominato suo tutore dal Tribunale dei Minorenni, «ma che dimostra di avere una grande determinazione, anche se certo gli sbalzi di umore sono improvvisi. Però nel suo racconto è sempre coerente». La ragazza sta ora recuperando le forze e un po’ di serenità grazie al sostegno attento dei Servizi sociali del Comune e agli operatori della comunità protetta dove ora vive.
Ora che accadrà? Il suo futuro è incerto, perché certo non potrà tornare a casa sino a quando non sarà chiarito il ruolo dei suoi genitori, verso i quali non ha parole di rancore. Dal punto di vista giudiziario, acquisito una volta per tutte il suo racconto - alla presenza di difesa e accusa, anche se ora il fascicolo sarà riassegnato al pm competente per area - si andrà probabilmente alla chiusura delle indagini in tempi rapidi, sia per quanto riguarda la Procura dei Minori nel confronti del giovane accusato di violenza che per la Procura della Repubblica nei confronti della madre.
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