Silvia Toffano, una vita tutto hockey «Ma ora farò anche la maestra di sci»

l’intervista
Segnatevi questi numeri: 6, 14, 27 e 90. Da quaterna secca al Lotto, a simboli di una carriera da quindici scudetti, una Coppa Italia tra hockey ghiaccio e inline, inserendo con la nazionale le Olimpiadi di Torino 2006. Il tutto riassume la 35enne veneziana Silvia Toffano. Dalla pista al ghiaccio tra ruote in linea e lame, con gare e successi anche nel pattinaggio e nello sci. Quattro ambiti che ha reso intercambiabili, supportata dalla famiglia negli spostamenti da una città all'altra, vivendo tra mare e montagna e sempre con il sorriso. Da poco è diventata anche mamma, e non molla tra gli impegni familiari, l'hockey e il lavoro come maestra di sci a Cortina.
Il tempo libero è qualcosa che le suona strano?
«Non sto con le mani in mano, quello è certo, ma sono fatta così. E il bello, è che mi riesce lo stesso tutto bene».
La prima sfida fu l'hockey inline?
«Sì. Quando abitavo al Lido di Venezia facevo pattinaggio velocità a rotelle al pattinodromo delle Quattro Fontane. Per motivi di lavoro della famiglia, ci spostammo a Treviso, e a 11 anni iniziai a testare e promuovere pattini per un'azienda. Per caso mi trovai a giocare poi a Paese».
Da qui iniziarono i viaggi.
«Infatti in inverno facevo gare di sci, quindi da settembre a Natale studiavo a Treviso, da gennaio a giugno a Zoldo nel bellunese. E così fino alla terza media. Fu poi il motivo che mi portò a provare anche con l'hockey su ghiaccio».
E a macinare chilometri in auto.
«Ringrazio i miei genitori che, fino a 18 anni, mi hanno portata in giro senza battere ciglio. La mattina alle gare di sci e poi la sera per l'hockey su ghiaccio in tutto il Nordest. Fatta la patente, mia madre mi ha dato le chiavi e ha detto: "ora pensaci tu". Erano i tempi in cui giocavo già a Merano».
All'epoca ghiaccio e inline non si sovrapponevano.
«Da autunno a primavera il primo, in estate il secondo. Abbastanza gestibile. Dopo hanno sovrapposto i campionati ed è diventata da ridere».
Per non farsi mancar nulla, nel 2004 è diventata maestra di sci.
«Giocavo a Bolzano e insegnavo in Val Gardena. Ricordo che una sera ho giocato a inline a Riccione e il giorno dopo a Merano. Poi di corsa sulle piste da sci. Devo ancora scegliere cosa preferisco, devo crescere ancora... forse».
I ricordi più belli nell'inline?
«Il campionato del mondo del 2017 in Cina, arrivando quinte e perdendo con Canada e Repubblica Ceca, che poi si sono giocate le medaglie. E i due gol nell'edizione successiva di Asiago contro gli Usa, che poi hanno vinto l’oro».
Sul ghiaccio?
"Beh, pensare che ho conquistato dieci scudetti è tanta roba, la mia personale stella. Quello più bello, e del resto inaspettato anche se meritatissimo, è stato quello dell'anno scorso con l'Alleghe. Non abbiamo rubato nulla. Abbiamo rischiato di chiudere i battenti prima dell'inizio, e in spensieratezza abbiamo fatto gruppo e trionfato sul Bolzano».
Con suo marito Christian Schivo in panchina.
«Si, una situazione da gestire anche bene. Alla sera discussioni a casa per quali esercizi o schemi applicare, essendo poi io la capitana. Ma mi hanno scelta le compagne e lui non c’entra. Alle volte bisogna tapparsi la bocca e non dire tutto quello che si pensa, per salvare il matrimonio (ride, ndr), però è andata bene e il titolo lo dimostra. C'era anche uno zoccolo duro nella squadra, con giocatrici assieme da vent’anni. Siamo amiche, una famiglia».
Come ha conosciuto suo marito?
«Lui giocava nell'Alleghe, mio padre seguiva le loro partite. Da una sfida culinaria tra genitori ci siamo trovati a tavola assieme, ed è scoccata la scintilla. Il bello è che adesso lui è anche vice allenatore della nazionale senior femminile, e io vice allenatrice della junior».
A unirvi ora c’è anche Cortina.
«A Cortina lui è agente di polizia e io maestra di sci. Una parte dell'anno viviamo a Taibon Agordino e un'altra a Cortina. Nella confusione di tutto questo riusciamo a gestire bene la situazione».
Due anni fa avete rischiato grosso a Taibon.
«In quattro giorni abbiamo lasciato casa due volte. Prima l'incendio sul Monte San Lucano di fronte a noi, poi la tempesta Vaja. Siamo stati fortunati, la casa accanto la nostra è finita sotto acqua. Nella nostra valle da un lato è tutto bruciato e dall'altro non ci sono più alberi in piedi. Un panorama irriconoscibile, un vero disastro».
Mamma il 17 dicembre scorso e poi subito sul ghiaccio.
«Appena 39 giorni dopo sono rientrata in pista con il Dobbiaco, vincendo in casa contro l'Aosta. Pochi giorni dopo ho fatto invece tre gol e un assist nel successo di Cavalese contro il Fiemme».
Però c'è una curiosità su suo figlio...
«Ha vinto pure lui lo scudetto dello scorso anno, perché durante la finale c’era già, ma non lo sapevamo ancora. L’ho preso come il più bel regalo per la vittoria con l'Alleghe».
Ha mai pensato di mollare la presa su qualcosa?
«Per ora no, mi diverto troppo e vinco ancora. Nel futuro mi vedo maestra di sci, l’hockey rimarrà un hobby, a parte nel ruolo di allenatrice in nazionale. Sarebbe bello andare alle Olimpiadi ed essere nello stesso staff tecnico assieme a mio marito».
A Torino era in pista?
«Di quella edizione ricordo tutto, dall'arrivo al villaggio alla cerimonia di apertura. Il primo gol segnato alla Russia, la sfida al Canada stellare che ci ha strapazzate. L'unico rammarico è l'aver perso la cerimonia di chiusura». —
Simone Bianchi
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








