Islam, donne a confronto a Venezia: «Il velo solo se è una scelta»
Katiba Menelli, Hind Tazi e Afren Rhitu hanno organizzato un incontro al teatro Kolbe di Mestre per parlare di libertà: «Ci sono 20 mila persone musulmane in città, 40 mila risiedono in provincia. La moschea serve, è un presidio di sicurezza: senza luoghi di pace siamo nella foresta»

Quasi 25 mila donne di origine straniera (20 mila senza cittadinanza italiana e quasi quattromila ora cittadine italiane) vivono nel Comune di Venezia. Con storie di background migratorio le più diverse. Prime le rumene (oltre 3.600). Seguono le donne del Bangladesh (3.200). Al terzo posto le cinesi (2.111). La loro presenza differisce per zone. A Mestre centro sono il 45% della popolazione straniera. Sono il 43% a Marghera. Ma a San Marco sfiorano il 60 per cento e al Lido e Malamocco si arriva al 65 per cento. Effetto della maggiore presenza di anziani e del necessario lavoro di cura.
Le religioni praticate a Venezia sono davvero tante. Ventimila le persone musulmane in città (40 mila nella provincia di Venezia) e di queste 7.500 sono donne. La seconda religione è quella ortodossa, con quasi 14 mila praticanti e un importante chiesa per la preghiera a Zelarino. Numeri importanti quelli forniti da Gianfranco Bonesso, esperto di migrazioni, aprendo il dibattito su “L’Islam al femminile” che ha riempito martedì, con oltre 200 persone, la sala del teatro Kolbe.
Un dibattito sulla libertà
Tre donne musulmane hanno parlato della loro vita, di libertà, velo, e ovviamente moschea. A confronto Katiba Menelli, mediatrice linguistico culturale algerina, sposata con un italiano e qui da 40 anni. E poi la marocchina Hind Tazi, mediatrice per questura, tribunale dei minori e anche allenatrice di calcio che indossa il velo in campo. E infine la influencer e imprenditrice del Bangladesh Afren Rhitu.
Hind spiega: «Per la religione il velo è una scelta personale, si mette dopo il primo ciclo mestruale. Io lo ho messo a dodici anni e la mia famiglia non era d’accordo. Oggi ho due figlie femmine e loro il velo non lo portano, per paura di non avere amiche. Nel Corano non ci sono parole che impongano l’uso del velo o i matrimoni. Nelle campagne può succedere che padre, marito, fratello si impongano».
«Libertà? Non senza la dignità»
Katiba sulla libertà non ha dubbi. «Libertà? Non senza la dignità. Io da sempre mi sento e sono libera. Ma il mio lavorare nel carcere della Giudecca mi ha fatto capire che siamo liberi solo nella dignità». Medelli, rappresentante delle donne della comunità islamica, sul velo non fa sconti: «In due versetti del Corano è citato il velo ma mai si parla di Nihab e Burqa, Io sono assolutamente contro questi abbigliamenti». Anche Rhitu ha portato il velo a Mestre. «Ero in piena crisi adolescenziale. Mi sentivo straniera. Presi il Corano alla Feltrinelli per studiare. Ma è una scelta personale». Oggi educa la sua bambina che parla italiano e bangladese ad essere «quello che vorrà essere».
Moschea: tutte chiedono un luogo dove pregare. Rhitu non disdegna piccoli luoghi di preghiera sparsi per la città, non un unico grande centro. Katiba ricorda che oggi, con il centro islamico chiuso in via Piave, perché non in regola, «non c’è più sicurezza ma degrado e spaccio e tutti abbiamo paura». Hind non ha dubbi. «Senza questi luoghi di pace, dove educhiamo i bambini, e dove la polizia entra sempre, stiamo nella foresta. E a noi questo dispiace».
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