Cantieri chiusi nelle 19 Case di comunità del Veneziano, i dg: «Ora la corsa per attivare i servizi»

Le Usl hanno 60 giorni di tempo per completare i lavori di rifinitura. La sfida? Trovare il personale specialistico da inserire negli ambulatori 

Giovanni Cagnassi e Maria Ducoli
La Casa di comunità di Marghera, tra le più grandi del Veneto
La Casa di comunità di Marghera, tra le più grandi del Veneto

Cantieri chiusi, ambulatori pronti a partire nei prossimi mesi, giusto il tempo di finire i lavori di rifinitura e di organizzare il personale, sfida principale per le aziende sanitarie veneziane, vista la crisi generale. Il modello delle Case di comunità si appresta ad entrare nel vivo. A dirlo, i direttori generali delle Usl 3 e 4, Massimo Zuin e Carlo Bramezza, che questo sabato mattina hanno fatto il punto della situazione, rispondendo all’invito della Regione di organizzare una conferenza stampa in contemporanea in tutte le aziende sanitarie venete. 

La mappa 

Tredici le strutture dell’Usl 3, di cui tre nella città d’acqua: Giustinian, ospedale Civile e Lido. Poi Mestre, Favaro, Marghera, Dolo, Noale, Marcon, Mira, Martellago, Chioggia e Cavarzere. Sei, invece, quelle attivate nel Veneto Orientale: San Michele al Tagliamento, Portogruaro, San Donà di Piave, Jesolo, Cavallino-Treporti e Caorle.

Cantieri chiusi 

Cantieri chiusi praticamente in tutte le strutture: le Usl sono riuscite a stare nei tempi stabiliti dal Pnrr rispetto al completamento dei lavori, previsto entro il 30 giugno, dopo la proroga dello scorso inverno. Ora le aziende sanitarie hanno tempo 60 giorni per completare i lavori di rifinitura. Poi, la vera sfida sarà l’attivazione dei servizi anche se, in molte Case della comunità non costruite ex novo, gran parte delle prestazioni sanitarie c’è già.

Il dg dell'Usl 3, Massimo Zuin
Il dg dell'Usl 3, Massimo Zuin

«Si conclude in questi giorni la lunga fase dei cantieri»,  sottolinea il direttore generale Massimo Zuin, «e via via, al posto delle ruspe si insediano i servizi. I 35 milioni di euro di investimento in strutture danno la dimensione della sfida affrontata dai servizi tecnici, che hanno gestito in contemporanea alcune delle opere strutturali che cambiano il volto della nostra città, e penso a Marghera, a Mira, ma anche a via Cappuccina, e non solo. Ora è il tempo della progressiva messa a regime della parte operativa, e qui i protagonisti sono almeno tre, e devono lavorare in grande sinergia: i nostri operatori della sanità territoriale, ma anche tutti gli infermieri e i medici, a cui abbiamo chiesto di essere parte intergrante del sistema Case della Comunità, e infine i medici di medicina generale, realtà imprescindibile per la sanità del futuro che abbiamo in mente».

I servizi

All’interno delle Case di comunità, particolare attenzione sarà dedicata ai pazienti cronici, agli anziani e alle persone fragili. Il modello organizzativo punta infatti sulla presa in carico multidisciplinare, coinvolgendo medici, infermieri, assistenti sociali e altri professionisti sanitari nella definizione dei percorsi assistenziali personalizzati. Tra i servizi disponibili, personale permettendo, figurano gli ambulatori dei medici di assistenza primaria, numerose specialistiche – tra cui cardiologia, diabetologia, geriatria, ortopedia, pneumologia, urologia, otorinolaringoiatria e odontostomatologia – oltre ai servizi di radiologia, punto prelievi, consultorio familiare, riabilitazione, vaccinazioni, screening oncologici e medicina dello sport. Grande rilievo assume anche l'assistenza domiciliare integrata, destinata soprattutto agli over 65 e ai pazienti non autosufficienti.

«L’obiettivo», spiega Antonio Maritati, direttore dei servizi sociosanitari dell’Usl 3, «è la gestione dei bisogni di salute degli utenti senza doversi recare in ospedale. Avvicinare, quindi, le risposte sociosanitarie ai cittadini».  La speranza è che questo modello, integrato con il numero unico 116-117, possa sgravare i Pronto soccorso dei tanti codici minori che ogni giorno lo intasano. 

L’accordo con i medici di base

Dopo mesi di trattative, tavoli, riforme nazionali avviate e poi brutalmente stoppate dalla stessa maggioranza di Governo, nei giorni scorsi si è arrivati a un’intesa sia a livello nazionale che regionale rispetto alla regolamentazione delle figure dei medici di base nelle Case di comunità. 

«L’accordo regionale», commenta Giuseppe Palmisano, segretario per il Veneziano della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) «è incentivante e dobbiamo, quindi, riuscire a rendere attrattiva la disponibilità volontaria dei dottori affinché vadano delle ore in Casa della comunità». Per Palmisano, la chiave di volta potrebbe essere la deburocratizzazione del lavoro per i medici di base: chi deciderà di lavorare nelle nuove strutture, infatti, potrà contare su un sistema alle spalle e sul supporto sul fronte amministrativo. Quasi un lusso al giorno d’oggi, visto che sono sempre meno gli studi che hanno una segreteria, fatta eccezione per le medicine di gruppo.  Ma cosa succederà ai piccoli ambulatori periferici? I medici di base, che già hanno  i massimali alle stelle, come potranno sobbarcarsi di altro lavoro con il rischio di non essere presenti nei loro ambulatori? «Sicuramente i meno inclini ad accettare di lavorare nelle Case di comunità saranno i medici che lavorano da soli o che hanno più studi», spiega Palmisano, ammettendo così che a prendere servizio nelle nuove strutture saranno soprattutto quelli delle medicine di gruppo, «le periferie e gli ambulatori più piccoli non verranno sguarniti». 

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