Locanda Montin, i Carrettin lasciano dopo 76 anni: «Niente speculazioni, chi subentra ama questo luogo»
Dopo 76 anni e tre generazioni, la famiglia Carrettin lascia la gestione dell’Antica Locanda Montin, storico ristorante di Dorsoduro a Venezia. La proprietà passa al manager francese Julien Desselle, che punta a riaprire nel 2028. Tra i tavoli del locale sono passati Peggy Guggenheim, Jimmy Carter, Robert De Niro e David Bowie

La porta d’ingresso dell’Antica Locanda Montin, ieri è stata un apri e chiudi continuo. Fino a sera, gli amici di sempre hanno salutato i cugini Giorgio e Luca Carrettin e le loro mogli Isabella ed Elena, all’ultimo giorno di una gestione durata 76 anni. «Tutto è cominciato nel 1950, quando i nonni Toni e Rita hanno rilevato l’attività dalla famiglia Busetto», racconta Giorgio. Ora il testimone passa a un nome francese, che ha comprato insieme muri, locanda e ristorante. Compreso, ça va sans dire, il giardino dipinto da Italico Brass, citato da Gabriele D’annunzio, set del film Anonimo Veneziano (1970).
Salotto veneziano
Alle pareti, le fotografie degli ospiti accolti nei decenni. Da Peggy Guggenheim, che monta in gondola con i suoi tre cagnolini. Alle sue spalle il lampione della locanda e l’insegna: all’epoca Trattoria Montin Itala Pilsen Birra superiore. Jimmy Carter che stringe la mano a Toni Carrettin. «Era il 1980», dice Giorgio, «le foto ce le ha condivise la Casa Bianca, ricordo le guardie per due giorni in fondamenta e l’emozione di aver ricevuto a cena il presidente degli Stati Uniti».
Gli aneddoti si sprecano in Fondamenta de Borgo. «Il locale esiste dal 1800, ci risulta che un gruppo di artisti si incontrasse nel giardino già durante la prima Biennale d’Arte, nel 1895». Salotto dell’intelligentia, di mecenati, di personalità di spicco nel mondo della cultura e della politica. I nonni Carrettin abitavano in una delle camere dell’albergo. Dopo di loro, hanno guidato l’attività i genitori di Giorgio, Giuliano e Maria, e quelli di Luca, Adriano e Fides. «Devo ancora realizzare che dalla prossima settimana per entrare dovrò suonare il campanello», confessa Giorgio, che come suo cugino, nell’esterno di Montin ha imparato ad andare in bicicletta, è diventato adulto, padre, ha speso pranzi e cena, festeggiando sotto le frasche del pergolato anche il suo matrimonio.
«Ma sono felice», incalza, «e lo siamo tutti, dell’accordo trovato con chi verrà, tra la vecchia proprietà, che voleva vendere, e noi inquilini. In passato, abbiamo declinato più di una proposta. Chi subentra ha grande gusto e un legame con il luogo. Niente speculazioni». Parliamo di Julien Desselle, manager dell’interior design di lusso a Parigi. La riapertura è attesa per il 2028. Ma in che vesti?
Un crocevia di generazioni
Montin crocevia di generazioni di veneziani e di celebrità, si diceva. Sono passati di qui nonni, figli e nipoti, ma pure il politico Alexander Dubček, i poeti Ezra Pound e Joseph Brodsky, l’attore e produttore Robert De Niro, «che in più occasioni, si è fatto confezionare del pasticcio di pesce da mangiare in aereo». Mario Monti, Brad Pitt, Bono. «David Bowie in vacanza», riavvolge il nastro Giorgio, «ha alloggiato da queste parti, venendoci a trovare cinque sere di fila per bersi un prosecco». Niente foto, ma un autografo sul disco Heroes.
Oltre alla bellezza della location, la carta vincente negli anni è stata la cucina locale della tradizione, «che ha attraversato e superato tutte le mode». Seppie in umido, sarde in saòr, bigoli in salsa, fegato alla veneziana. «Il turismo è cambiato, questa zona, però, per il momento salva perché defilata». Prenotazioni al completo, ieri. A tavola anche il cantautore Alberto Fortis, habitué, «peccato non anche un altro carissimo amico, il musicista Sergio Mascagni». Sipario.
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