Storie d’inflazione, la crisi svuota i negozi: «Resistiamo solo con i clienti fidelizzati»

Giorgio Pomiato, storico commerciante di Jesolo, fotografa le difficoltà del settore: «Le vendite di abbigliamento crollano, mentre il caro vita erode il potere d’acquisto delle famiglie». A Venezia anche i pensionati con assegni superiori alla minima sono costretti a ridurre le spese e a rinunciare a viaggi e ristoranti

Giovanni Cagnassi, Mitia Chiarin
Giorgio Pomiato
Giorgio Pomiato

«Chi la mattina alza le serrande di un’attività è oggi un eroe perché non sa mai come le chiuderà la sera». Giorgio Pomiato è un commerciante storico di Jesolo nel settore dell’abbigliamento. L’autunno, per tutti, non è iniziato nei migliori dei modi: certo la crisi, l’inflazione che galoppa, ma anche il meteo che regala giornate calde, poco adatte a spingere sull’acquisto di abbigliamento invernale. I negozi Giorgio Next, in piazza Marconi e in piazza Mazzini, hanno fatto la storia del commercia sul litorale, ma oggi la spensieratezza dei tempi andati è un ricordo sbiadito da cartolina estiva.

«È finita un’era», registra Pomiato, «quella in cui la mattina aprivi il negozio e arrivavano clienti a tutte le ore della giornata, non solo in piena stagione. Anche durante l’inverno il movimento era continuo. Oggi apri le porte dei negozi e sai che devi mettere in conto 500 euro di spese tra costi energetici, personale, tasse. Se hai un mutuo o un affitto è un’impresa impossibile tirare avanti». «Qui, a Jesolo, ci salvano i turisti stranieri», prosegue, «ma quel ceto medio che spendeva è scomparso. Non ne è rimasta che l’ombra. Oggi chi appartiene alla classe media entra di tanto in tanto, spende a fatica 100 euro, di solito ha un budget di 50 euro. E subito ti accorgi che ha paura di spendere, è oberato di pensieri e spese che gravano sul bilancio familiare sempre più esiguo. Ecco perché noi abbiamo puntato già anni fa su un livello più alto di qualità, l’abito di marca, quello più costoso e di tendenza che ha ancora un mercato. Ma non possiamo andare tutti in questa direzione, perché allora più di qualcuno salterà».

Il sostegno dei clienti fidelizzati

Prevedere il futuro non è facile, ma Pomiato ci prova. «Oggi puoi reggere se hai clienti fidelizzati, che coltivi da anni», osserva, «se hai una famiglia che ti supporta e lavora con te. La concorrenza dell’online è spietata. Molti cercano una linea parallela per vendere in rete. Credo che a un certo punto anche l’online imploderà, così come i centri commerciali, che stanno ormai arrancando. Gli outlet, grandi concorrenti dei negozi, potrebbero seguire la stessa sorte anche perché hanno costi enormi, stanno perdendo fette di mercato a causa del contesto internazionale. Il rischio è che in questa possibile futura condizione di crisi e caos generale arrivino gli investitori cinesi o anche indiani a comprare tutto. La tecnologia è già loro appannaggio, l’automotive non ne parliamo e sono entrati nell’abbigliamento acquistando i marchi più prestigiosi». «Allora», conclude con un po’ di fiducia nel futuro, «in questa confusione generale e conseguente speculazione torneremo magari indietro, al piccolo negozio, alla gestione familiare curata e competente».

Federmoda non accende speranze. Registra che le vendite autunnali per il commercio al dettaglio della moda sono partite male. A settembre segnala un calo del 4,7% in valore rispetto allo stesso mese del 2025 a livello nazionale. E in Veneto va peggio. «Nella nostra regione siamo più vicini al -10% che non al -5% con quasi la metà dei negozi che dichiara una diminuzione delle vendite», dichiara il presidente di Federmoda Confcommercio Veneto, Riccardo Capitanio. Pesano le temperature ancora sopra la media, l’aumento del costo della vita e il quadro nazionale incerto. E, per l’associazione di categoria, non si può non considerare il clima sociale. «Ciò che è successo in diverse città nei giorni scorsi e che, per fortuna, non ha interessato il Veneto», continua Capitanio, «di certo non aiuta. Già l’avviso di una manifestazione diventa oggetto di valutazione: tengo aperto? Chiudo? Salvo poi, nel caso di chiusura per scelta, dover comunque fare i conti con incassi azzerati. Eppure è evidente che si tratta di attività che non svolgono soltanto una funzione economica e occupazionale: sono importantissimi presidi essenziali di vivibilità, socialità e sicurezza urbana».

A cosa si rinuncia

Soffrono i pensionati con la pensione minima. Soffrono anche i pensionati e le pensionate con una pensione superiore. Perché il ceto medio è finito spazzato via dalla crisi economica. Lo racconta Ornella Agostini, signora veneziana di 75 anni che vive nel centro storico veneziano, vicino a Rialto. «A cosa ci tocca rinunciare di questi tempi? A godercela la pensione», dice con un sorriso. Ma poi si fa seria. «La pensione ce la abbiamo conquistata dopo tanti anni di lavoro e speravamo di potercela godere appieno. Invece non è così affatto. Occorre stare attenti a tutte le spese mensili. Per fortuna ho la casa di proprietà e vivo da sola, dopo il divorzio», spiega.

Ornella Agostini
Ornella Agostini

Ieri Agostini era alla Biennale ai Giardini, in visita alle mostre. Perché, nonostante tutte le difficoltà di questi tempi difficili, spiega, alla cultura non intende rinunciare. A cosa altro rinuncia, le chiediamo. La signora ribatte. «A tante cose. I viaggi sono oramai ridotti al minimo. Al ristorante non si va affatto spesso. Ce lo si concede solo ogni tanto», si sfoga la signora Ornella. Lei quasi si schernisce. Fa parte di quel cosiddetto ceto medio che di fatto la crisi economica e il caro vita hanno spazzato via. Equiparando al basso aspettative e capacità di spesa anche di pensionati che godono di emolumenti superiori alla classica minima, da 800 euro al mese. La signora Ornella lo sa bene e si sente, ammette, privilegiata rispetto al popolo della pensione minima. E quasi si vergogna a parlare. Come se la sua situazione fosse migliore di tanti altri pensionati cittadini. Ma i tempi sono cambiati per tutti.

Le preoccupazioni per il futuro

«Penso spesso a quanti hanno la pensione minima e devono affrontare tutto questo. Ma il problema, è vero, è sempre più generalizzato e tocca tutti. Anche perché le nostre pensioni non aumentano. Anzi, vorrei ricordare che lo Stato sulle nostre pensioni fa cassa. Non hanno concesso alcuna rivalutazione degli assegni pensionistici. Dicono che è perché le nostre pensioni sono almeno il doppio, rispetto alla pensione minima. Per carità ma, di fatto, noi pensionati siamo quelli che facciamo fare cassa allo Stato. Io non mi lamento, rispetto a chi ha pensioni ben più basse della mia. E penso sempre a come se la passa tanta gente, che conosco, che la pensione la ha ma è minima. Ma va detto che anche quanti hanno una pensione più alta oggi sono in difficoltà. Del resto aumenta tutto, dal carrello della spesa in sù», si sfoga la signora veneziana.

Ornella continua a raccontare: «Aumenta il costo del carrello della spesa. Aumenta, a livelli allarmanti, il costo del riscaldamento e dell’energia elettrica che è quello che preoccupa tutti perché la bolletta diventa un incubo. Ancora, aumentano, vista l’età che avanza, le spese sanitarie. Ma con i problemi che ha la sanità pubblica e le difficoltà di trovare posto per una visita, il più delle volte tocca ricorrere alla sanità privata, che è più costosa, per curarsi», si sfoga la pensionata veneziana. E poi aggiunge anche la specificità del vivere a Venezia da anziani. «E per i pensionati, tutti, che vivono nel centro storico veneziano i problemi aumentano ancora per la complessità della città. Se una persona è alle prese con difficoltà a muoversi, vista la conformazione della città, e la situazione del trasporto pubblico, a volte, anche solo per recarsi alle strutture ospedaliere del centro storico, tocca ripiegare sull’utilizzo dei taxi acquei privati. Con i costi altissimi che tutti conosciamo. E che la maggior parte delle persone non può permettersi».

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