Traffico di droga al cimitero di Campalto

La cocaina arrivava dalla Colombia. Nel giugno 2013 l’ex rapinatore Massimo Dabalà aveva ricevuto una consegna di dieci chili calata, in mare aperto, da una nave
Massimo Dabalà
Massimo Dabalà

MESTRE. L’ex rapinatore e regista dello spaccio in città, Massimo Dabalà, non si riforniva di cocaina solo a Giavera del Montello da Mariano Bonato e dalla figlia ma aveva coltivato un rapporto diretto anche con i colombiani che nel giugno del 2013 gliene fecero arrivare 10 chili via mare. È uno degli aspetti più significativi che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare con la quale, su richiesta dei pubblici ministeri Walter Ignazitto e Carlotta Franceschetti, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’altro ieri l’arresto per sedici persone, di cui otto in carcere e otto agli arresti domiciliari, per traffico e spaccio di droga.

Massimo Dabalà
Massimo Dabalà

L’indagine condotta dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Venezia ha ricostruito decine di cessioni tra il perno del gruppo, Dabalà, e i suoi cavalli, cioè coloro che in conto vendita la rivedevano nelle piazze di Venezia, Mestre, Chioggia. I cartelli colombiani. Le indagini hanno riscontrato che Dabalà e la compagna Chiara Vaccher erano soliti rifornirsi nel Trevigiano dai Bonato - quattro i viaggi documentati tra dicembre 2013 e marzo 2014 - ma c’è un altro episodio che la dice lunga sui rapporti intrattenuti da Dabalà con i trafficanti colombiani dai quali si era fatto arrivare la cocaina via mare, trasportata da una nave battente bandiera liberiana, il cargo Key Integrity, arrivata il 15 giugno del 2013. Qualcuno dell’equipaggio aveva poi scaricato il pacco con la droga in acqua al largo del Porto di Venezia, dove Dabalà l’aveva recuperato per poi dividere la droga e nasconderla in vari isolotti della laguna e della barena di Campalto, vicino alla sua casa di via Cimitero 55.

Pentole di cocaina diciotto arrestati
Interpress/gf.tagliapietra.19.12.2014.- Traffico internazionale di cocaina. Luppino Davide

A conferma dei rapporti con i colombiani ci sono anche un viaggio compiuto da Dabalà a Cartagena nel gennaio del 2013 e le telefonate negli otto mesi successivi con l’utilizzo di schede colombiane dedicate, cioè utilizzate dai trafficanti colombiani solo per intrattenere rapporti con utenze riconducibili proprio a Dabalà che, secondo le indagini, poteva contare a Cartagena anche su un referente italiano, di Martellago. «Beviamo uno spritz». «Andiamo a bere uno spritz» o «Gurda che sono con una mia amica». Erano queste alcune delle frasi in codice con le quali Dabalà fissava gli appuntamenti per distribuire la cocaina in conto vendita agli spacciatori che coprivano le piazze della città, con cessioni anche a Rovigo e Ferrara. «Frasi convenzionali per coprire il vero scopo dell’incontro», scrive il giudice Scaramuzza, facendo riferimento all’intercettazione ambientale dell’incontro dell’8 gennaio scorso tra Dabalà e Stefano Polesello (ai domiciliari) in via De Marchi a Marghera. Un luogo scelto non a caso visto che Polesello è dipendente del vicino ufficio dell’Agenzia delle Entrate. «Eh, va bene andiamo a bere uno spritz, mi dici, mi chiami e mi dici», spiega Dabalà a Polesello, che risponde: «Ti dico sempre “Andiamo a bere uno spritz”. Le frasi chiave però cambiavano anche a seconda dell’interlocutore. È stato Davide Vianello, l’ex presidente della Pro loco di Cavallino arrestato a febbraio mentre tornava dall’Ucraina con 10 chili di droga, a spiegare che l’espressione «Trovarci da Alessandra» era usata per fissare gli appuntamenti al cimitero di Campalto per scambiare cocaina o denaro relativo alle cessioni di cocaina. I clienti che si rifornivano dagli spacciatori parlavano di panettoni o bottiglie. In conto vendita. Poiché era ceduta in conto vendita, difficilmente Dabalà forniva ai suoi uomini nuova cocaina se non veniva pagata la vecchia, mediamente ceduta a 70 euro al grammo. E qualora i pagamenti fossero ritardati faceva pressioni, pur senza minacce, per avere i soldi indietro.

La cocaina venduta in città - emerge dall’inchiesta - era di ottima qualità ma non era un periodo facile neppure per gli spacciatori perché «non c’è più grumo» come dice Davide Luppino - da venerdì in prigione - in un incontro con Dabalà al Tronchetto per uno scambio tra soldi, oltre 2 mila euro, e la cocaina. Sono soldi che non bastano a saldare la vecchia partita e così Luppino spiega che anche lui avanza un sacco di soldi, e vendere la coca sta diventando difficile perché in giro ci sono pochi soldi, e l’unico modo è fare dosi piccole. E quando Luppino gli fa sapere che la cocaina è buona Dabalà risponde secco: «Io non la tocco», sottolineando che lui si limita a venderla. Il pescatore. Così era chiamato, per via della sua professione, Ferruccio Nardo, che per conto di Dabalà si occupava di coprire il mercato di Chioggia, una delle piazze di interesse di Dabalà, che poteva raggiungere clienti anche a Rovigo e Ferrara.

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