Spopolamento: «Venezia è sfruttata come Pompei. Necessario cambiare o non c’è futuro»

Parla Claudio Vernier, presidente dell’associazione Piazza San Marco: «Le idee ci sono, ma vanno realizzate»
Interpress/M.Tagliapietra Venezia 11.12.2019.- Cupole della Basilica di San Marco.
Interpress/M.Tagliapietra Venezia 11.12.2019.- Cupole della Basilica di San Marco.

VENEZIA. «Siamo a un passo dal punto di non ritorno. Senza invertire il trend, Venezia diventerà una nuova Pompei: un luogo sfruttato ma non vissuto. Per la nostra generazione, sarebbe un peccato imperdonabile». L’abbattimento della quota di 51 mila abitanti (50.992), registrato da Venessia.com, non fa dormire sonni tranquilli a chi in città continua a viverci e a scommetterci per il futuro. Tra loro Claudio Vernier, titolare del bar Al Todaro e presidente dell’associazione piazza San Marco. «Idee e proposte per ripensare la città ce ne sono» spiega «basta voler invertire un trend che dura da decenni».

Vernier, spopolamento e pandemia. Come vede questa situazione?

«Un dramma. Il grande esodo è iniziato con l’acqua alta del 1966: troppi costi e sfiducia verso un sistema che faticava a reggere. Ora si rischia davvero il colpo di grazia». Quota 50 mila è dietro l’angolo…

«Temo che i numeri reali siano ancora più bassi. Sono giustissime le battaglie per trovare appartamenti a canoni equi, ma senza lavoro e servizi diventa un problema convincere i giovani a restare. Eppure abbiamo due catalizzatori come Ca’ Foscari e Iuav».

Qual è l’errore di fondo? «Aver puntato su una monocultura turistica, tralasciando l’immagine di una città accogliente. Venezia è moderna, internazionale. Qui la socialità è ancora a misura d’uomo. Si cammina per strada e ci si incontra. Nelle grandi città si vive in una scatola, si prende la macchina, si va in ufficio e si torna. Qui si mantengono inalterati una serie di valori preziosissimi».

L’indotto turistico dà lavoro e in tanti ora non vedono l’ora di tornare al pre-Covid...

«Viviamo una crisi economica legata alla residenzialità. Se avessimo negozi di vicinato che riescono a mantenersi grazie alla clientela abituale, avremmo avuto un calo del 50%. Invece siamo di fronte a crolli del 90%. Venezia sta dimostrando che senza turisti non si vive».

Quale ruolo deve avere il turismo per il futuro della città?

«Nell’ultimo decennio la città è stata costruita su numeri spaventosi, non più sostenibili. L’overtourism ha allontanato le persone da Venezia. Ora si è rotto il giocattolo. Il turismo dev’essere un surplus, non l’unica fonte di guadagno della città. La politica ha spremuto questa città non preservandola ma sfruttandola fino all’osso e finora nulla è stato fatto per invertire il trend».

Quali le soluzioni?

«Bisogna ripartire dalla sostenibilità, ambientale e sociale. Già riuscire a gestire i flussi turistici, quando torneranno, sarebbe un punto di partenza. E poi viviamo nel 2021, bisogna guardare al futuro: smart working, innovazione, ricerca. Nei secoli, la città ha sfornato menti eccelse e non a caso. E poi bisogna tramandare il patrimonio di tradizioni cittadine alle nuove generazioni. Ma per farlo, serve una città strutturata e ancora in grado di essere vissuta». —



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