«Schianto Msc, ci fu negligenza», la perizia inchioda il comandante

VENEZIA. «Una volta informato dello spegnimento della consolle del timoniere, il comandante avrebbe dovuto, immediatamente, ordinare al timoniere l’impiego del governo di emergenza invece di richiedere il passaggio dei comandi sulla consolle centrale. Questa violazione è da attribuire a negligenza del comandante Carmine Siviero».
Sono le parole con cui la perizia conclusiva della procura di Venezia inchioda il comandante della Msc Opera per l’incidente del 2 giugno, qando la nave da crociera andò a schiantarsi sulla banchina di San Basilio, accartocciando l’imbarcazione fluviale River Countess e mostrando al mondo intero la fragilità di una città attraversata dai giganti del mare.
Ogni minimo aspetto di quella mattina sono stati ricostruiti minuziosamente nelle 326 pagine di perizia redatte dai consulenti tecnici dei pm Andrea Petroni e Giorgio Gava, titolari del fascicolo aperto per danneggiamento con pericolo colposo di naufragio.
Come si legge nella ricostruzione, l’errata manovra (senza la quale la nave si sarebbe potuta fermare in tempo) è arrivata a fronte di un’avaria al motore. Per la precisione, un’avaria al quadro elettrico che alimenta timoni e propulsione. Un allarme, questo, arrivato alle 7.26 del mattino: un’ora abbondante prima dello schianto. E su cui, però, secondo i periti si è deciso di sorvolare.
«Le violazioni sono da attribuire a negligenza ed imperizia del capo elettricista e a negligenza dei primo ufficiale di macchina e del direttore di macchina», si legge nel documento. Posizioni, queste ultime, su cui ora dovrà far luce la Procura prima di un’eventuale iscrizione nel registro degli indagati.
Dalle conclusioni risulterebbero invece scagionati sia i piloti del porto che dei rimorchiatori. Il comportamento dei rimorchiatori - c’erano Angelina C. e Ivonne C. a prua e a poppa - infatti sarebbe stato corretto, e la loro potenza sufficiente a evitare lo scontro della Msc Opera contro il battello e contro la banchina se solo il comandante della nave, responsabile della gestione delle emergenze nonostante le grandi navi in laguna siano “condotte” dai piloti del Porto, avesse seguito la procedura corretta in caso di avaria.
Nelle controdeduzioni, gli esperti incaricati da Msc sottolineano il ruolo giocato dalla difformità di cablaggio responsabile dell’avaria iniziale, la quale a sua volta avrebbe «causato confusione e difficoltà nella lettura della situazione».
In pratica, il cortocircuito avrebbe fatto sì che a fronte di un’avaria ai sistemi si accendesse una spia gialla anziché rossa, provocando così una iniziale sottovalutazione del problema. Tesi questa che la Procura respinge, secondo cui il problema «non giustifica per nessun motivo» il ritardo e l’esecuzione della manovra di emergenza.. Per Msc, poi, l’arresto delle eliche della nave sarebbe stata una opzione «molto più rischiosa rispetto a quella scelta dal comandante, cioè di chiedere alla macchina di mettere la propulsione a tutta forza indietro».
Un altro fattore determinante nello schianto del 2 giugno sta nell’impiego dei rimorchiatori e delle ancore per evitare l’incidente. E in questo senso, è la velocità con cui la nave è entrata in laguna ad essere finita nel mirino della Procura: sia nel tratto dalla bocca di porto al forte di Sant’Andrea sia.
Il che avrebbe reso inutile tanto l’intervento del rimorchiatore Ivonne C. quanto dell’ancora di sinistra, rilasciata in acqua ma il cui meccanismo si sarebbe bloccato proprio per l’eccessiva velocità (6,8 nodi). Questa la replica della compagnia: «Msc ha preso atto delle conclusioni della relazione tecnica che riconosce come l’avaria sia stata generata da un guasto tecnico risalente alla costruzione di cui Msc è del tutto incolpevole e che non poteva essere identificato dalle regolari verifiche a cui la nave è sempre stata sottoposta. Il personale di bordo ha avuto un tempo limitatissimo per reagire e proprio tale reazione, pur tra tutte le difficoltà della situazione, ha permesso di limitare i danni al minimo. La Compagnia, e il suo collegio difensivo, restano a disposizione della Procura». —
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