Fincantieri, mille operai mandati a casa: «In fabbrica non si deve morire»

Dopo la morte del trentaquattrenne Marius Hurba, i lavoratori raccontano paure e condizioni di lavoro: «Si viene qui anche con il dolore, altrimenti si muore di fame». E chiedono più sicurezza: «Chi pensa ai giovani?»

Maria Ducoli
Gli operai mentre escono dalla Fincantieri
Gli operai mentre escono dalla Fincantieri

Gabriel aspetta il suo bus, il 7E in direzione Mirano, seduto sulle panchine di legno sbiadito, a due passi dalla Fincantieri. Stretto nella sua giacca a vento blu racconta di aver lasciato la sua Romania dieci anni fa, alla ricerca di un futuro migliore. Con una mano appoggiata sulla schiena, racconta di fitte che non lo lasciano in pace da settimane. «Ma bisogna venire a lavorare comunque, sennò si muore di fame», commenta. Allora bisogna scegliere, dice, se morire di lavoro o di fame.

Le testimonianze

Altri operai, come lui in attesa del bus per tornare a casa, lo sentono e annuiscono: «È così per tutti», confermano. Hanno saputo della morte di Marius Hurba quando è stato comunicato loro che alle due potevano andare tutti a casa. «Per ragioni di sicurezza, così ci hanno detto», spiega Paolo, un altro lavoratore in appalto, non dalla Romania ma dalla Bergamasca. «Non importa chi è morto, cosa è successo: è comunque uno di noi», commenta un gruppo di operai bengalesi, fuori dal cancello blu.

«All’inizio abbiamo letto che il 34enne aveva avuto un malore», aggiunge Radu, «ma poi abbiamo saputo che anche altri suoi colleghi sono finiti in Pronto soccorso e, infine, ci hanno mandato tutti a casa. Da quando si chiude tutto per un infarto?», chiede, «noi veniamo qua tutti i giorni, vogliamo sapere cosa succede davvero. Vogliamo lavorare e tornare a casa dalle nostre famiglie la sera. Lui non potrà più farlo».

È un fiume, quello che esce dalle 14 dalla Fincantieri. Un fiume arrabbiato, che scrolla sul cellulare le notizie per capire meglio l’accaduto, che conta gli incidenti e gli infortuni («siamo abituati») ma non si rassegna e chiede più sicurezza. «Basterebbe così poco», fa notare Gabriel, «basterebbe una minima attenzione in più. È tutta la vita che lavoro in fabbrica, io mi so tutelare. Ma ai giovani, chi ci pensa?» chiede, montando sul bus, con la mano ancora sulla schiena.

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