Pipino, testimone in aula per la strage Borsellino

Il «ladro gentiluomo», Vincenzo Pipino, autore del libro «Rubare ai ricchi non è peccato» ha deposto ieri per più di due ore in Corte d’assise a Caltanissetta, al processo Borsellino-quater su uno...
Di Giorgio Cecchetti
14.05.2004.- VINCENZO PIPINO.- INTERPRESS/MION
14.05.2004.- VINCENZO PIPINO.- INTERPRESS/MION

Il «ladro gentiluomo», Vincenzo Pipino, autore del libro «Rubare ai ricchi non è peccato» ha deposto ieri per più di due ore in Corte d’assise a Caltanissetta, al processo Borsellino-quater su uno dei due «favori» che ha sostenuto di aver fatto all’ex capo della Squadra Mobile di Venezia prima e di Palermo poi Arnaldo La Barbera. 71 anni, più di 20 dei quali trascorsi nelle patrie galere - anche in sezioni, come quella dei 41 bis - Pipino si è presentato davanti ai giudici che si occupano della strage di via D’Amelio, sostenendo di essere molto conosciuto nell’ambiente carcerario come «il sindacalista o «l’avvocato delle carceri» per le sue conoscenze legali. E sarebbe stato proprio in virtù di queste sue ultime qualità che, a suo dire, nel settembre 1992 La Barbera - che ha riferito essere fin dal 1986 pagato dal Sisde per averlo appreso da malavitosi calabresi - si sarebbe rivolto a lui per chiedergli un primo «favore». Da qualche mese Pipino era finito nel carcere di Regina Coeli, dopo essere stato arrestato ad aprile di quell’anno per la cessione di eroina, «che non avevo fatto» ha sostenuto. La Barbera «che avevo conosciuto a Venezia per motivi di lavoro, nel senso che lui era la guardia e io il ladro, e non perché io fossi uno di quelli che si facevano grattare la pancia, insomma un confidente» andò a trovarlo. «Ero nella cella 25 assieme ad alcuni della banda della Magliana. Mi chiese di andare in cella con Vincenzo Scarantino che era detenuto a Venezia. Prima rifiutai, ma poi lui mi fece riferimento ad un telefonata e mi minacciò». «Per evitarmi ulteriori problemi accettai» ha detto il teste, «e lui mi spiegò che dovevo cercare di capire cosa c’entrasse Scarantino con la strage Borsellino». Dopo quattro-cinque giorni da quel colloquio, Pipino venne trasferito a Santa Maria Maggiore. Appena arrivato in cella Pipino prese un foglio di carta bianca e scrisse a Scarantino: «Fai attenzione che ci sono le microspie». Ma Scarantino «non sapeva leggere...E ho dovuto spiegarglielo…». Ha sostenuto di aver ricevuto istruzioni da La Barbera di non far parlare Scarantino in cella, per evitare le microspie perché voleva l’esclusiva delle notizie: «Mi disse che dovevo dire solo a lui quello che diceva Scarantino». Ma Scarantino, in cella e fuori «pregava, piangeva si disperava e diceva che non l’aveva rubata lui la vettura e che l’aveva presa un altro quella Fiat 126». Il teste ha quindi detto che dopo 4 giorni, dopo essersi convinto dell’assoluta innocenza di Scarantino, tolse le microspie dalla cella. «La Barbera venne in carcere da solo e io gli dissi che Scarantino era innocente. Lui mi disse “questa è una tua impressione, tienitela per te e non dirlo a nessuno”». Pochi giorni dopo è lo stesso La Barbera a riaccompagnare a Roma Pipino e durante il viaggio gli avrebbe chiesto un secondo favore. Su questo ennesimo favore, lo scorso giugno Pipino ha detto di essere stato interrogato dal pm della Dna Gianfranco Donadio. Nel corso della deposizione il teste ha riferito di aver subito minacce di recente, dopo la pubblicazione della notizia che era testimone del processo di Caltanissetta ed ha dichiarato che «la Polizia di Venezia mi ha creato ostacoli. Addirittura il questore ha chiesto la sorveglianza speciale per me. È un caso? Guardate che a Venezia La Barbera è considerato ancora un mito». E l’udienza davanti al Tribunale lagunare è prevista proprio per oggi, ma probabilmente verrà rinviata perché Pipino ha presentato un’istanza di «legittimo sospetto» sui giudici veneziani sulla quale dovrà pronunciarsi la Corte di Cassazione.

Giorgio Cecchetti

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