Morte di Kashem Rakib a Mestre: spunta l'ipotesi della caduta
La pista dell’aggressione non è l’unica seguita dagli investigatori della Mobile: si cercano riscontri alla versione data ai genitori e agli spostamenti

La pista dell’aggressione non è l’unica seguita dagli investigatori della polizia locale per la morte di Kashem Rakib, il cittadino bengalese trentenne trovato alle 6 del mattino di lunedì 15 giugno lungo via Fratelli Bandiera con botte e lividi e morto tre giorni dopo all’ospedale di Padova, dove era stato trasferito dall’ospedale dell’Angelo di Mestre per l’aggravarsi delle sue condizioni.
Stando a quanto emerso fino ad ora le lesioni riportate sarebbero compatibili anche con una violenta caduta da parte del ragazzo, per esempio in un momento di poca lucidità. In questa fase e in attesa di ulteriori riscontri la cautela degli investigatori è massima.
Claudia Brunino, pm della procura di Padova di turno quando il trentenne è morto, ha trasmesso gli atti alla collega veneziana Laura Cameli che ora attende la relazione della polizia locale e, sulla base delle risultanze, dovrà decidere se eseguire o meno l’autopsia sul corpo del trentenne.
A parlare del pestaggio era stato lo stesso Rakib quando era ancora ricoverato all’ospedale di Mestre e aveva ripreso coscienza.
I suoi genitori erano andati a trovarlo e lui, con un filo di voce, aveva spiegato: «Mi hanno picchiato in quattro o cinque, appena mi riprendo e riuscirò a parlare vi racconto tutto, vi racconterò tutto».
Solo che il ragazzo non si è più ripreso. A raccontare le ultime parole di Rakib sono stati i genitori e il fratello del ragazzo.
Secondo i quali il trentenne, che lavora come cameriere in un ristorante al Ponte delle Guglie, potrebbe essere rimasto vittima di un’aggressione a scopo di rapina anche se, in questo caso, i presunti rapinatori non si sono portati via il telefonino e il portafogli (ma potrebbero avere sfilato le banconote).
Ci sono quindi ancora molti aspetti da chiarire in questa storia. A partire dalla ricostruzione delle ultime ore del trentenne, visto per l’ultima volta dal fratello verso l’1.15 - l’1.30 di domenica notte.
Entrambi, Robel e Kashem, erano in piazzale Roma, anche se non si sono parlati. Questa è la ricostruzione fornita dal ragazzo: «Ci siamo visti ma non ci siamo parlati perché io ero con un gruppo di amici, e lui con altri due amici suoi. Non so chi fossero, non erano colleghi di lavoro. Di sicuro uno era bengalese, l’altro era straniero ma non saprei dire di dove».
Kashem ha bevuto con i due amici, poi il fratello lo ha perso di vista e lo ha incrociato un’ultima volta con lo sguardo mentre era in un bar del piazzale.
L’una e un quarto, al massimo l’una e mezza. «Poi non l’ho più visto. Io sono tornato a casa, poi verso le 5 quando non l’ho più visto ho cominciato a preoccuparmi, e così i miei genitori». Tutte le telefonate ad amici per capire se loro ne sapessero qualcosa sono andate a vuoto».
Per due giorni, fino a martedì sera, nessuno sapeva dove si trovasse il trentenne. È stato lui ad avvisare la famiglia, dal letto dell’ospedale di Mestre dove era ricoverato in Terapia intensiva.
Martedì sera i genitori sono andati a trovarlo e lo hanno trovato con il volto tumefatto, entrambe le braccia fasciate, stravolto. I genitori hanno subito pensato a un pestaggio e lui, nelle poche parole che è riuscito a dire, ha confermato questa versione senza però riuscire a fornire ulteriori dettagli.
Non è riuscito a dire, per esempio, se conoscesse quelle persone o di che nazionalità fossero. Perché - se non fosse andata così - il trentenne si sarebbe dovuto inventare il pestaggio? Aveva bisogno di giustificarsi davanti ai genitori per quello che era accaduto?
E che ci faceva, a quell’ora, lungo via Fratelli Bandiera, all’altezza del centro sociale Rivolta? Sono tutte domande alle quali le indagini, anche con l’aiuto della famiglia, stanno cercando di rispondere.
Nulla è escluso, per il momento. Ma resta l’appello alla verità da parte della famiglia. «Vogliamo sapere che cosa è accaduto domenica notte», hanno ribadito i genitori parlando con amici e parenti, «abbiamo il diritto di sapere che cosa è successo, se nostro figlio è stato aggredito e perché?».
Il dolore di una famiglia da un lato, la necessità di trovare riscontri alla pista dell’aggressione dall’altra. Ogni scenario è aperto ma gli investigatori invitano alla cautela.
Ci vorranno ancora 24-48 ore per avere elementi più chiari su quanto accaduto. E per trovare una spiegazione alla morte di Kashem Rakib.
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