Il vaccino protegge le fasce più anziane. In terapia intensiva ora i sessantenni

VENEZIA. Il paziente tipo che finisce in Terapia intensiva, oggi? Ha una sessantina d’anni, non necessariamente una particolare storia clinica alle spalle e ha più possibilità di “scamparla” rispetto a coloro che venivano ricoverati fino a pochi mesi fa. Il virus non ha perso aggressività, sia chiaro; è merito dei vaccini.
Ieri l’Usl di Venezia è riuscita ad aprire altri 500 posti per le prenotazioni (slot). Con l’immunizzazione di una fascia importante della popolazione più anziana – nell’Usl 3 ha ricevuto la prima dose il 66,4% degli “over 80”, mentre il 32% ha terminato la profilassi – è crollato il numero dei “grandi anziani” ricoverati nei reparti di Rianimazione, parallelamente al calo dei decessi.

«Prima dell’inizio della campagna vaccinale, nell’11% dei casi, i ricoveri in Terapia intensiva riguardavano ultra 80enni. Adesso la percentuale è crollata al 2%», spiega Paolo Rosi, direttore della centrale operativa del Suem dell’Usl 3. A salire verticalmente è quindi il numero dei ricoverati con un’età compresa tra i 60 e i 69 anni. «Prima erano il 28%, adesso sono il 38%. Hanno persino superato i 70enni, che sono il 37%». E non sono esenti dai ricoveri i più giovani: il 15% ha tra i 50 e i 59 anni, l’8% meno di 50.

«All’Angelo, è ricoverata in Rianimazione una donna di 31 anni, al Covid hospital di Dolo ci sono un 34enne e tre 47enni. In tutto il Veneto, dall’inizio della pandemia, abbiamo ricoverato in Terapia intensiva quasi 400 persone sotto i 50 anni. Diversi, prima di entrare in ospedale, stavano bene, nessuna patologia evidente». Rispetto ai pazienti che finivano in Terapia intensiva fino a pochi mesi fa, i ricoverati di oggi hanno più chance di sopravvivere, ma solo perché sono più giovani. A livello regionale, nei reparti di Rianimazione, la mortalità è calata dal 43% al 35%. Attualmente, tra gli ospedali delle due Usl veneziane si contano 37 posti letto occupati per Covid nei reparti intensivi: 28 nell’azienda Serenissima e 9 a Jesolo.
«Questo significa che abbiamo 15 posti letto di Rianimazione liberi Covid – 8 da noi e 7 nel Veneto orientale –, oltre a quelli per le altre patologie. Nell’Usl 3, complessivamente, abbiamo attivato 94 posti letto di Terapia intensiva. Siamo piuttosto tranquilli, la situazione del Veneziano è migliore rispetto a quella vissuta da altre province». spiega Rosi. Lo dimostra il rapporto tra ricoveri in area medica e in terapia intensiva: cinque e mezzo a uno in Veneto, otto a uno nel Veneziano. Eppure gli ingressi continuano. Ieri, nel Veneziano si sono contati 180 casi (5. 248 i positivi) e tre decessi. «Per ogni mille positivi, 50 finiscono in ospedale e cinque in Rianimazione. Noi siamo abituati a considerare i saldi quotidiani dei ricoveri. Sono cifre contenute, ma solo perché continuiamo a dimettere, non perché abbiamo smesso di ricoverare». Del resto, se la situazione è sotto controllo è solo grazie alla riconversione (se non totale, quasi) degli ospedali in strutture dedicate alla cura del Covid. «Abbiamo reclutato medici e infermieri dagli altri reparti, bloccato le ferie e aumentato gli straordinari», prosegue Rosi. Ora lo scenario è quello di una “fase 4” , con l’ennesima sospensione dell’attività ordinaria non urgente.
«La situazione lo ha richiesto, con l’attivazione di letti aggiuntivi. L’ospedale di Dolo è dedicato unicamente al Covid, abbiamo dovuto occupare le sale operatorie con letti di Terapia intensiva. Mirano ha visto un’implementazione delle sue dotazioni. A Mestre, una parte dell’Ucic (l’Unità di cura intensiva coronarica) è stata trasformata in Rianimazione. Per ora, ci fermiamo qui. Lontani dal dato di dicembre, potremmo sopportare un carico ancora maggiore. Ma non bisogna abbassare la guardia. Ogni dieci persone in area medica, se ne conta una in Terapia intensiva». —
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