Il mini-Passantecollega destra e sinistra

Galan e Letta si fanno i complimenti per l'apertura dei primi sette chilometri 
MESTRE. Mai viste tante auto parcheggiate in autostrada. Presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati, direttori generali, consiglieri di enti che con le strade c'entrano poco o niente, tecnici ed esperti d'ogni tipo, consulenti, assessori, deputati, senatori, commissari, imprenditori di chiara fama, perfino dirigenti regionali distaccati a Roma e a Bruxelles. Quasi tutti tirati a lustro, in giacca e cravatta. Pochi gli scamiciati. L'assessore Renzo Marangon fuori dal coro con maglietta bianca e scritta «Sì al Mose». Forse per fare il paio con la scritta «Governo luamaro» dei comitati che protestano 500 metri più in là. Signore in abito scuro sotto il solleone. La maggior parte degli invitati arriva in auto blu, con autisti in completo nero, dagli occhiali alle scarpe.

Almeno 500-600 persone. Per essere il 6 agosto pare che nessuno sia andato in ferie. Tutto per inaugurare 7 chilometri scarsi, per giunta a senso unico, che serviranno 2000-3000 vetture al giorno (stima di Silvano Vernizzi, ma nessuno ha fatto i conti). Cosa succederà quando sarà inaugurato il Passante completo che serve 140.000 auto al giorno con punte di 170.000 (dati della tangenziale)?

A meno che non si tratti di un piacere tra presidenti di Regione, come scappa detto a Giancarlo Galan: «Quando il mio amico Riccardo Illy verrà a Cortina avrà il piacere di passare per una via molto più rapida». Poi dicono che i due non si amano. L'assessore Renato Chisso parla di «un segnale che era importante dare all'opinione pubblica». Cioè? «Che si stanno rispettando i tempi del cronoprogramma». La pensano così anche nel centrosinistra: «E' un passaggio importante perché segnala che l'opera sarà conclusa entro i termini - commenta Franco Frigo -. Come la prima pietra posta da Berlusconi nel 2004 indicava la volontà di passare dalle parole ai fatti». «Certo che al ritmo di due inaugurazioni ogni 7 chilometri - aggiunge un pezzo grosso di cui non diremo il nome - ne serviranno un'altra ventina prima di concludere, contando ponti e gallerie». Il commissario Silvano Vernizzi si offende, quando gli riferiamo la battuta. Ma è la sua giornata: dal microfono Giancarlo Galan si dimentica per una volta di citare Berlusconi ma non di ringraziare lui e Renato Chisso. A sua volta Chisso ringrazierà Galan più tardi. Si direbbero pubblici salamelecchi, se non ci fosse la notizia: anche la rude scorza dell'assessore ai cantieri ha avuto un cedimento strutturale. Succede durante il sopralluogo ufficiale. Lo rivela Galan: «Chisso mi ha mandato un sms, mi ha scritto che si stava commuovendo. Ma lo stesso stava capitando a me. Forse sono queste le vere emozioni della politica». Alè! Piccioncini, al cuor non si comanda.

Fischi. Quando la carovana di auto blu e pullmini conclude il sopralluogo e arriva sotto il viadotto per il taglio del nastro, l'accoglie un coro di fischi e fischietti. I comitati contro il Passante issano cartelli, gridano slogan. Non sono molte persone, poco più dei poliziotti, ma sufficenti per creare imbarazzo. Soprattutto per una parola: «Vergogna». Le grida piovono anche dall'alto del viadotto. «Non sono per me, io cosa c'entro» dice Paolo Gobbo, sindaco di Treviso. Anche Enrico Letta, il più alto in grado dei rappresentanti di governo, guarda attorno impacciato. Meglio infilarsi rapidamente sotto il viadotto, dove le grida arrivano attenuate. C'è un palco, ci sale con decisione Giancarlo Galan. Ma la maggioranza di quelli che lo attorniano sono del centrosinistra. E questo forse incide sulla sua autostima, perché legge l'intervento. Di solito parla a braccio.

Galan. Un discorso pepato, ma non al peperoncino. Il presidente si rende conto che 7 chilometri in mezzo alla campagna, dove al taglio del nastro non seguirà il passaggio di nessuno, tolgono qualunque punto d'appoggio per una delle sue famose filippiche. «Ma non rinuncio - dice - ad essere il Giancarlo Galan che conoscete. Pochi possono dire di essere stati sempre dalla parte giusta. C'è chi ha fatto di tutto perché quest'opera non venisse realizzata, ma per fortuna o per volontà politica di qualcuno, a imporsi è stato chi ha saputo resistere ai sostenitori dei mali propri di una sindrome tutta italiana: la sindrome del No alla realizzazione di grandi infrastrutture». I fischi e le urla da fuori si fanno un po' più alte. «Un'assurdità - continua Galan - un male la cui responsabilità porta nomi, cognomi e indirizzi politici precisi». Poi parla della Pedemontana: «Entro la fine di settembre sarà individuato il concessionario per la costruzione e la gestione dell'opera». Si rammarica per l'assenza «dell'amico Antonio Di Pietro» che, in effetti, come ministro alle infrastrutture un vuoto lo lascia. E conclude tendendo la mano: «Tutti assieme, se si vuole, ce la si può fare, a cambiare strada».

Letta. «Concretezza e sobrietà - dice il braccio destro di Prodi - sono le due parole che sintetizzano la giornata. Sappiamo tutti che questa inaugurazione non è la fine dei lavori e che le grandi opere pubbliche sono utili quando sono fatte nel rispetto delle popolazioni. Per questo il dialogo, a cominciare da quello istituzionale, è fondamentale. Governare è un'operazione faticosa che non concede scorciatoie, ma il dialogo dev'essere finalizzato al fare. Davanti agli interessi dei cittadini, non c'è destra o sinistra: alla gente interessa che le cose vengano fatte».

Taglio del nastro. Provate a impugnare un paio di forbici in due. Avrete qualche problema. Comprensibile che l'operazione di Galan e Letta vada per le lunghe. Ma l'imbarazzo è generale quando, tagliato il nastro, anzi fatto a pezzettini per distribuirli in giro, arriva il parroco di Bonisiolo a benedire la cerimonia. Tutto da rifare, come diceva Bartali. Benedizione, ma senza nastro perché non ce n'è uno di ricambio.

Prodi. All'inaugurazione presenzia virtualmente anche Romano Prodi collegato con il cellulare di Enrico Letta. Il sottosegretario lo chiama, poi gli passa Galan. Cosa vi siete detti?, chiedono più tardi i giornalisti al presidente. «Eh, ci siamo fatti gli auguri» glissa Giancarlo. Di buon viaggio? «No, di buone vacanze». Adesso che il più è fatto, si può andare tutti in ferie.

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