Il “Dòic”: «Ragazzi non buttate via la vita»

Il pentimento di Alessandro Rizzi dall’altare: ho iniziato a rubare da piccolo, adesso sono qui

«Devo riconoscere che nella mia storia ho fatto più male che bene: mi rivolgo ai giovani, non buttate via la giovinezza, dedicatevi lavoro onesto, non buttatevi nella droga, pensate genitori che soffrono, non fate come me perché vi sentirete spugne spremute e vuote».

Dal microfono sull’altare, il monito arriva da chi non ti aspetti: Alessandro Rizzi non è più il “Dòic” di tante rapine , furti, di una vita nella malavita con i fratelli ammazzati nella faida con Maniero per il controllo dello spaccio di droga. «Alessandro ha iniziato un percorso con convinzione, per questo abbiamo scelto la sua storia», ha detto nel presentarlo don Biancotto, cappellano del carcere. E lui si racconta, senza giustificazioni, lui che sta scontando la condanna a 7 anni per il tentato omicidio di Maurizio Zennaro, al quale ha sparato due colpi di pistola (raccontò) su mandato del suo ex datore di lavoro Bruno Vidali .

«Sono di Venezia, sono nato in una zona popolare, con tante famiglie povere. Nel mio ambiente diverse persone vivevano di espedienti. Ho iniziato a rubare da piccolo e sono finito più volte al riformatorio di Treviso.Diventato maggiorenne sono passato direttamente al carcere maschile per adulti: in tutto 15 volte circa, a 20 anni giravo con pregiudicati, alcuni sono già morti , insieme compivamo furti e rapine. Il colpo finale nell’88, ho preso una condanna a 6 anni, per spaccio, nel ’95 sono uscito, ho formato una famiglia, ho trovato casa e lavoro, finchè è successo il fattaccio e sono qui per tentato omicidio. Nel mio mondo eravamo tutti così: Pino è stato ucciso, Massimetto l’ha fatta finita, Andrea ha tanti problemi, Alfredo non sappiano se veramente è scivolato in acqua, due miei fratelli e un cugino sono stati uccisi dalla Mala».

«La mia famiglia non era ricca», aggiunge, Rizzi, «ma nessuno mi ha spinto, solo l’illusione dei soldi facili. Le rapine mi procuravano il denaro, ma non sono mai riuscito a spenderlo bene, ma in sperperi. Entravo in carcere con spavalderia, ma non mi sono accorto che i miei genitori erano mortificati, mio padre umiliato. Ora sono cambiato, ho riconosciuto i miei errori, la nascita di mio figlio messo in discussione tutto il mio vissuto». «Questa testimonianza è onesta, perché non accusa gli altri», ha commentato il patriarca Moraglia, «è quasi una confessione, Alessandro si guarda dentro e si accorge che ha fatto soffrire tante persone: bisogna prendersi la responsabilità dei propri errori, così si inizia un percorso di verità. Le persone migliori spesso vengono da un passato difficile».

(r.d.r.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia