Don Torta: "Le banche che non fanno gli interessi dei risparmiatori, sono il diavolo"

L'omelia del parroco di Dese dedicata alle persone lasciate sul lastrico da Veneto Banca e Popolare di Vicenza
Don Torta nel corso della messa per i risparmiatori truffati
Don Torta nel corso della messa per i risparmiatori truffati

MESTRE. «Le banche non sono il diavolo, sono nate per difendere i risparmi dei poveri. Ma quando vince la filosofia dell'egoismo e l'idolatria del denaro allora lo possono diventare».

Parla chiaro come sempre, don Enrico Torta, parroco di Dese. Lo fa prima di entrare in chiesa conversando con i giornalisti, e lo fa durante l'omelia della messa che, sabato 12, ha celebrato per i piccoli risparmiatori traditi dalle banche, per tutti quei piccoli azionisti che hanno visto dimezzato quel che avevano messo da parte dopo una vita di sacrifici, e che in Veneto sono soprattutto gli azionisti della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.

«Celebro questa messa non perché ormai non ci resta altro che pregare», dice don Torta, «ma perché insieme dobbiamo trovare la forza per reagire. Il Signore ci doni la forza per essere uomini, umani». Quella forza che ad esempio ha abbandonato il pensionato di Civitavecchia, Luigino D'Angelo, 68 anni, che ha deciso di togliersi la vita dopo aver perso i suoi risparmi, più di centomila euro, investiti in obbligazioni subordinate della Banca Etruria.

«La lettera che ci ha lasciato andrebbe messa vicino al Vangelo e dovrebbe essere letta da tutti», scandisce il parroco di Dese durante la messa davanti a una cinquantina di persone, soprattutto azionisti della banca di Montebelluna, riuniti in gruppi e associazioni che chiedono di non votare il passaggio da banca popolare a società per azioni, e chiedono di essere tutelati. «Corriamo il rischio di essere rotelle di un mostro che ci mangia e poi ci butta via: il denaro serve ma la vera ricchezza, il vero Pil è la dignità degli uomini». Cita il brano del Vangelo della cacciata dei mercanti dal tempio, quello in cui si fa riferimento a una spelonca di ladroni e mercanti che si sono impossessati del tempio, e poi parla di un vero e proprio «esproprio criminale» ai danni dei piccoli risparmiatori: «In nome del denaro si bestemmia il nome di Dio, che si trova nei più piccoli, intesi come fragili, dei nostri fratelli».

Ecco perché, ha aggiunto, «i soldi che rappresentavano i risparmi di centinaia di persone devono venire fuori». Spiega di essere un anziano prete di campagna, anche un po' ignorante in materia, ma con una coscienza e gli occhi ben aperti, e a tutti coloro che hanno gli occhi aperti appare ben evidente, riflette durante l’omelia, che qui qualcuno – gli ultimi, i più fragili – è stato fregato. E' una riflessione che il parroco di Dese offre anche a quei dipendenti delle banche che hanno venduto azioni e prodotti pericolosi. Sapendo che quel facevano. «Io non ce l'ho con loro, sono miei fratelli. Ma se alcuni di loro sapevano che quei prodotti che erano incentivati a vendere erano un inganno dovevano opporsi, e dire di no. Anche correndo il rischio di essere licenziati. Se hanno sbagliato chiedano perdono, e collaborino per trovare una soluzione». Perché questo è «un momento storico da vivere con la schiena dritta. Dobbiamo tirar fuori l’orgoglio essere uomini, umani».

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia