«Combattere l’Isis è giusto. Apprezzo chi mette in gioco la propria vita per gli altri»

Piersante Paneghel, zio acquisito di Valeria Solesin, spiega perché ha scritto una lettera a sostegno dei cinque italiani assoldati dalle milizie curde 

VENEZIA. Lunedì scorso Piersante Paneghel, parente di Valeria Solesin morta nell’attentato al Bataclan il 15 novembre 2015, ha scritto una lettera a sostegno dei combattenti italiani che hanno lottato contro l’Isis in Siria. Il documento è stato pubblicata sul sito della Fondazione Wu Ming. Nel testo Paneghel, compagno della sorella di Alberto Solesin e informatico di professione, dà il completo appoggio a Paolo, Eddi, Jak, Davide e Jacopo, i cinque italiani che hanno sostenuto la rivoluzione di Rojava e che nei giorni scorsi hanno ricevuto dalla Procura di Torino la richiesta di sorveglianza speciale.

Signor Paneghel, com’è nato il suo interesse per questi temi?

«Ho 62 anni e da sempre mi interesso di quello che accade nel mondo. Avevo iniziato a seguire quanto stava accadendo a Kobane (in lingua curda Rojava, ndr). Nel 2014 l’Isis aveva cercato di conquistare la città, ma aveva trovato una forte resistenza. Ecco, da allora seguo la vicenda».

Come mai una lettera a sostegno dei cinque ragazzi torinesi?

«Volevo esplicitare quello che sentivo a queste persone che vengono descritte come mostri, mentre invece io trovo che la molla che li ha spinti a partire sia molto positiva».

Quale molla?

«La molla di mettersi in gioco. Loro hanno messo in gioco la propria vita e trovo che in questo ci sia una fortissima dose di umanità».

In una guerra ci si può trovare anche nella condizione di uccidere...

«Trovo rivoltante questa domanda. Non si può chiedere ai familiari di una vittima di rispondere sulle sorti dei carnefici».

Quello che è accaduto a Valeria Solesin ha influito sulla sua posizione e in che modo?

«Evidentemente ha influito molto. Tuttavia il mio interesse è nato qualche mese prima del Bataclan. Poi, l’ho visto capitare sotto i miei occhi».

Nella lettera scrive che «la guerra in Siria che osservavo giorno dopo giorno si era presa un pezzo della mia vita» riferendosi a Valeria Solesin. Si è consultato con la famiglia prima di scriverla?

«No, la lettera è stata una mia iniziativa, Quando scrivo un mio pensiero lo faccio in prima persona, come in questo caso. Non ho consultato nessuno dei parenti, è un mio pensiero, una mia posizione Nella lettera ho scritto tutto, non ho niente da aggiungere». —



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