Carceri, focolaio alla Giudecca e le vaccinazioni si sono bloccate

Laura Berlinghieri VENEZIA
La loro unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Vivono così, da oltre un mese, gli oltre duecento detenuti del carcere maschile di Venezia e le settanta della Giudecca. Chiusi nelle loro celle, la mascherina da indossare sempre, il sottofondo assordante della televisione come unica compagnia. I libri da leggere, quando il silenzio lo consente, qualche partita a carte, qualche parola, protetta da una mascherina da non togliere mai: nemmeno in cella, in quel microcosmo condiviso con le stelle persone. Di giorno, prima del Covid, le porte all’interno delle sezioni delle due carceri rimanevano sempre aperte. Da quando il virus è penetrato a Santa Maria Maggiore e al femminile, le due strutture si sono trasformate in un carcere nel carcere. In quei quadrati fino a sessanta metri quadri e impermeabili al mondo esterno vivono anche in otto. Lì cucinano, lì mangiano, lì dormono, lì trascorrono giornate che non sono mai state così uguali. Da quando c’è il Covid, tutti i laboratori esterni sono stati interrotti, le porte delle celle sono perennemente chiuse. Immaginate un monolocale condiviso con altre sette persone. Sempre lì: il mattino, il pomeriggio, la sera, la notte, e poi ancora il mattino seguente, e poi il pomeriggio, e così per un mese e più. Sono conviventi a tutti gli effetti, eppure devono indossare la mascherina sempre. Anche in cella, condividendo gli spazi con i compagni che sono sempre gli stessi. Per uscire nel corridoio, i detenuti devono vestirsi come i medici di terapia intensiva: tuta, doppia mascherina, copriscarpe, guanti, visiera. «È una situazione insostenibile, che è giusto venga raccontata», sintetizza Sergio Steffenoni, garante dei detenuti di Venezia.
La situazione sembrava essere rientrata sabato, al carcere femminile, con gli esiti dei tamponi che mostravano a un passo lo spegnimento del focolaio. Le porte delle celle erano state riaperte. Sembrava la fine di incubo. Un nuovo giro di controlli, per prudenza, e poi la batosta: sei positivi tra le detenute e tre tra il personale penitenziario, responsabile della sicurezza. Al maschile, i contagiati sono rispettivamente tre e due. Qui il cluster non si è mai spento, e ai detenuti non resta che contare giorni sempre uguali, in quei quadrati di mondo che si ritrovano a calpestare. Fortunatamente i positivi sono tutti asintomatici. Eppure le vaccinazioni, nelle due carceri, erano iniziate, salvo poi venire interrotte bruscamente, con il cambio di rotta della regione, che ha deciso di puntare sul criterio anagrafico. Al maschile, su oltre duecento detenuti, una cinquantina ha già iniziato la profilassi e altrettanti sono immuni, perché in passato positivi. Alla Giudecca, sono circa quaranta ad avere ricevuto la prima dose di AstraZeneca. Poi, a metà marzo, l’accensione del focolaio, con oltre venti positivi, ha costretto a interrompere tutto. La percentuale di adesione alla vaccinazione, tra i detenuti, era stata elevatissima. E dei buoni numeri si erano registrati anche tra il personale penitenziario. Del resto, nessuno meglio di chi vive le carceri sa cosa voglia dire isolamento. Bloccate le visite, vietato ricevere pacchi dall’esterno, la concessione dovuta al Covid consiste in una video chiamata in più a settimana. Per il resto, è un mondo che si è interrotto. «Al femminile, c’è una persona che va nell’orto a dare da bere alle piante, perché non muoiano. Poi ci sono le detenute che escono per fare le pulizie, per gettare la spazzatura, per fare la spesa, costrette a vestirsi come fossero medici di ospedale. Pochi pomeriggi fa ho visto tantissimi rifiuti speciali, pronti a venire gettati dopo essere stati usati. Nelle carceri ora è tutto bloccato ed è una situazione pesantissima», spiega Steffenoni. «Prima del Covid, i detenuti erano abituati ad andare a lavorare la mattina, prendevano parte ai laboratori, frequentavano la scuola, facevano volontariato. Le celle delle sezioni erano sempre aperte, dalla mattina al pomeriggio, e i detenuti potevano andare in biblioteca, in chiesa, in profumeria. Ora è un mondo che si è capovolto. Tutto è stato sospeso ed è una situazione molto dura, per i detenuti e per gli agenti. Senza contare che questo è anche periodo di Ramadan». Con le sue parole, Steffenoni restituisce dignità e una “individualità” a persone altrimenti “accatastate”, private della loro singolarità. «Nel carcere femminile, il comandante è presente tre giorni a settimana, la direttrice praticamente non c’è, le assistenti sociali non ci sono più ed è rimasta una sola educatrice. Non si può più pensare di continuare a queste condizioni», conclude Steffenoni, dipingendo un quadro di una drammaticità che va oltre il Covid. Macerie a partire dalle quali costruire ciò che verrà dopo. —
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