«Bene la nuova torre ma solo se svuoto e demolisco altrove per avere più verde»

Nel dibattito sulla torre Setten interviene anche l’economista territoriale ed esperto di rigenerazione urbana Federico Della Puppa. Che ci dice: «Non sono contrario all’altezza, ma all’interno di un disegno organico. Quella di Corso del popolo e le altre previste, messe un po’ a casaccio, pongono un tema: l’attacco a terra, che impermeabilizza il suolo e crea isole di calore».
Ci spieghi, per cortesia.
«Il parcheggio, con l’asfalto, è un produttore di calore e impermeabilizza il terreno. La sostenibilità vera non è data dagli alberi sulle terrazze ma dalla permeabilità e dal contrasto al cambiamento climatico. La torre di fine Corso del Popolo non ha alcuna mitigazione, tranne forse il tetto verde del supermercato, sempre che funzioni».
Ora tutti paiono ispirarsi al bosco verticale di Boeri.
«La nuova torre con il verde sulle terrazze non ha gran senso. Mestre non è Milano e i costi condominiali della torre di Boeri sarebbero insostenibili per Mestre, oltre al fatto che inventarsi il grattacielo verticale, pardon, il bosco verticale non è una novità. A Lucca c’è una antica torre che ha un giardino con alberi sul tetto, la torre Guinigi. Boeri ha modernizzato quanto pensato fin dal 1300. Poi il verde verticale è un concetto che tende a privatizzare il verde, rendendolo visibile come se fosse verde pubblico, ma di fatto espropriandolo alla collettività. Se avessimo paradossalmente tutte terrazze verdi a quel punto i parchi potrebbero essere ridotti, espropriando i cittadini di una risorsa fondamentale per il loro benessere. Con Marina Dragotto ne abbiamo discusso nel nostro libro “A chi serve la città”. Il punto è il ruolo pubblico degli spazi e la loro privatizzazione, come in questo caso, in termini di nuove costruzioni deve restituire servizi pubblici, non solo commercio e parcheggi. La città oggi ha la funzione di costruire capitale sociale, rischiamo di perdere l’occasione di riflettere sul ruolo della rigenerazione urbana, di quella vera, quella che dovrebbe procedere per vasi comunicanti: densifico e svuoto. Bene la nuova torre se si svuotano altri luoghi, non va bene se va a sommarsi a quanto già costruito e impermeabilizzato».
Il Partito Democratico ha proposto alternative, come i crediti edilizi.
«C’è una legge regionale che facilita questi processi, ma se non viene utilizzata, parlo dei crediti edilizi da rinaturalizzazione, significa che stiamo fallendo. Vuoi costruire la torre? Allora produci verde urbano demolendo metri cubi da altre parti e trasferendo quei metri cubi lì. Lo dice una legge che si chiama Veneto 2050. Se vogliamo costruire la Mestre del 2050 dobbiamo interpretare la modernità attraverso questa lente, altrimenti l’economia circolare resterà solo un altro slogan, esattamente come uno slogan è il bosco verticale. Preferisco pensare al 2050 e a come demolire per ricostruire, quella è la vera sfida, ma servono visioni strategiche di lungo periodo e non singoli progettI puntuali figli della moda del momento».
Sulla città verticale a quali esperienze dovremmo guardare.
«A Mestre si potrebbe andare alti, ma va ridisegnato il senso dei luoghi con un dialogo con chi la città la vive. In tutta Europa le migliori pratiche urbane partono da questo punto fondamentale. Ne cito due, per me le migliori: Parigi e Barcellona. Due città guidate da due sindaci donna, Anne Hidalgo e Ada Colau, che sul dialogo e sul nuovo rapporto pubblico-privato hanno costruito progetti di rigenerazione urbana esemplari che in Italia solo una città a mio avviso sta seguendo. Si tratta di Prato dove si sono inventati, coinvolgendo anche Boeri, la “giungla urbana”. Ecco, il punto è agire a livello sistemico e non con singoli elementi puntuali che rischiano di lasciare il tempo che trovano».
In viale San Marco il beneficio è l’ampliamento del sagrato della chiesa di San Giuseppe.
«Sui sagrati delle chiese ci sarebbe molto da dire: sono luoghi che per antonomasia sono pubblici e di relazione e la loro qualità è qualità urbana e relazionale. Domandiamoci perché il sagrato della chiesa di fronte alla futura torre è ancora solo uno spazio asfaltato e nonostante i tentativi di renderlo uno spazio vivo il buon don Natalino si sia trovato praticamente solo a promuovere un nuovo modo di pensare quel luogo. Quindi l’idea di risistemazione del sagrato assieme a commercio di prossimità potrebbe essere una buona idea, ma bisogna pensare a chi vive lì.
Il punto non è cosa si fa ma per chi. E sarebbe interessante legare quanto sta facendo di positivo l’amministrazione dal punto di vista della mobilità alternativa ad un ripensamento dei luoghi. Ripensare quella parte di viale San Marco, significa impostare una politica di crescita verso l’alto che deve costruire un rapporto vuoto/pieno, come si dice in gergo, che costruisce qualità urbana. Che è diversa dalla qualità dell’edificato. Viale San Marco è un luogo che sta rinascendo e una accelerazione che punti su bonifiche e risistemazione urbana può essere una miccia positiva. Ma va gestita dentro un quadro organico e di dialogo vero». —
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia