Marco Scarpa, c’è un po’ di Chioggia con la Nazionale

Pronto per il Brasile. Lavora nello staff tecnico di Prandelli ed è inviato in tutto il mondo per studiare gli avversari.
Di Carlo Cruccu
Calcio Cittadella (Scarpa) 23.10.00 Stella foto PIRAN
Calcio Cittadella (Scarpa) 23.10.00 Stella foto PIRAN

CHIOGGIA. 007 missione Brasile. No, titolo banale. La spia che venne dalla laguna. Macchè spia. Neanche. E poi non è un film, ma una storia vera. Marco Scarpa, professione allenatore con compiti di osservatore per il Club Italia, la Nazionale di Cesare Prandelli, è il primo chioggiotto che fa parte della spedizione azzurra ai Mondiali. E questa è una notizia importante, visto che a Chioggia il calcio langue da decenni senza produrre grandi giocatori e gli ultimi ad aver respirato l’odore dei prati della Serie A oggi hanno i capelli bianchi. Lui, Scarpa, non scenderà in campo, i suoi gol li ha fatti soprattutto per il Cittadella un po’ di tempo fa, ma gioca in un ruolo importante, quasi fondamentale in questo calcio moderno, dove la cura del dettaglio e il capitale di informazioni sugli avversari a volte può essere decisivo. Un lavoro di “intelligence calcistica”, e dateci buono il termine. Partirà con la squadra, ma dopo i primi giorni di ritiro si sgancerà per andare a vedere tutte le avversarie possibili dell’Italia, a cominciare dal tris di avversarie del girone che sono Uruguay, Inghilterra e Costarica. L’accordo preintervista è di non scendere in dettagli tecnici sulle scelte e le intenzioni di Prandelli. Okay.

«Sarà un bel mondiale, e il nostro girone è il più equilibrato» spiega Scarpa, che degli avversari ormai sa anche i peli della barba, «e siamo tutti pronti a vivere un mese ad alta intensità sotto tutti i punti di vista». Parliamo di ambiente. «Andremo incontro a difficoltà logistiche, caos negli aeroporti, tutto da me già sperimentato in Confederation Cup e che ora sarà decuplicato. Ci sono lavori strutturali non ancora finiti e un traffico che ostacola ogni forma di programmazione». Si teme anche la protesta sociale. «Credo che tutti l’abbiano messa in preventivo. L’importante è che non vada a sfociare in violenza. Ma è logico che con un mese di visibilità mondiale chi deve protestare, far sapere qualcosa, non perda l’occasione».

Anche gli osservatori sono “allenati”? «Certo, e affrontiamo con entusiasmo pari al senso di professionalità quest’impegno. Vedo un centinaio di partite all’anno in funzione di questi Mondiali, tutti daremo il nostro contributo di capacità». Computer e buoni occhi? «Nel mio caso anche carta e penna, lavorando in tempo reale ».

Un lavoro immagazzina anche esperienza e memoria storica. «Esatto. Ma senza dimenticare un ingrediente fondamentale della ricetta: la passione. Siamo gente che vive di pane e calcio e non ci stufiamo mai di questo lavoro».

Un lavoro che può regalare anche tanti episodi da raccontare. «Tantissimi. Vi dico una cosa: io mi considero un “freddo”, e ritengo di avere sempre un atteggiamento molto professionale. Ma mi emoziono ancora. All’inno italiano, prima di tutti. Soprattutto se pensi che in quel momento sei là e che stai lavorando anche tu per la causa azzurra. E poi all’atmosfera di Wembley, o, come mi è successo, nell’assistere lo scorso inverno a Svezia-Portogallo, una partita fantastica con due giocatori fantastici, Ibra e Cristiano Ronaldo. E ho ancora in mente il clima di festa brasiliano al gol di Neymar nell’esordio in Confederation, contro il Giappone». Il debutto in questa veste? «Due anni fa, Eire-Bosnia a Dublino. Agli europei dovevamo fare i conti con l’Eire del Trap». La trasferta più movimentata? «Il giorno di Ferragosto, a Erevan, per vedere Armenia-Bielorussia. Al ritorno nessuno mi ha detto “ti invidio”. Ma per me è stata ugualmente bella e importante, ho cercato di fare il mio meglio, come sempre. Bellissima esperienza, se me la ricordo ancora.

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