Il Venezia e quel rigore dato e poi tolto: un episodio grave di discrezionalità immotivata

La decisione del fischietto Maria Sole Ferrieri Caputi lascia interrogativi pesanti e impone una riflessione sul rapporto tra arbitri, Var e responsabilità. Siamo davanti a un errore di valutazione oppure potrebbe esserci un errore tecnico?

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini
L'arbitro Maria Sole Ferrieri Caputi durante Como-Venezia (foto Editoriale Report)
L'arbitro Maria Sole Ferrieri Caputi durante Como-Venezia (foto Editoriale Report)

C’è un limite oltre il quale la discrezionalità arbitrale rischia di trasformarsi in uno scudo dietro cui nascondere decisioni difficili da comprendere. È quello che è accaduto al Venezia nell’episodio del rigore prima assegnato e poi revocato da Maria Sole Ferrieri Caputi dopo il controllo al monitor. Una decisione contestata, che lascia interrogativi pesanti e impone una riflessione sul rapporto tra arbitri, Var e responsabilità.

Il punto non è pretendere che un arbitro non possa sbagliare: il punto è capire come una decisione presa sul campo possa essere completamente ribaltata. «Il giocatore del Como non commette alcun fallo» dice Ferreri Caputi, senza realmente spiegare come solitamente succede, ad esempio «perché il braccio è attaccato al corpo»? O qualsiasi altra ragione, purché inequivocabile.

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Un'azione di Como-Venezia (foto Editoriale Report)

Occorre comprendere perché il Var sia intervenuto, quali elementi siano stati determinanti. Come accade di solito. Da qui nasce l’interrogativo più delicato: siamo davanti a un errore di valutazione oppure potrebbe esserci un errore tecnico? La distinzione è fondamentale. Una decisione sbagliata non comporta automaticamente l’invalidità della gara. Diverso sarebbe il caso di una violazione accertata delle regole o del protocollo, da valutare nelle sedi competenti. Non esistono, allo stato, elementi sufficienti per sostenere che la partita debba essere ripetuta, ma proprio per questo è necessario chiarire quali verifiche siano possibili e quali conseguenze siano previste.

Il paragone con gli atti amministrativi, la cui motivazione può essere giuridicamente necessaria, non si applica automaticamente alle decisioni arbitrali.

Ma il Venezia non può accontentarsi di una pacca sulla spalla né la vicenda può essere archiviata come l’ennesima polemica domenicale. L’Aia - a cui giustamente fa riferimento Davide Nicola - dovrebbe chiarire la correttezza della procedura e la fondatezza della decisione. Se il Var nasce per correggere gli errori evidenti, chi risponde quando il suo intervento finisce per alimentare dubbi ancora maggiori? E se venisse accertato un errore tecnico, quali rimedi sarebbero previsti?

Si tratta qui di pretendere regole uguali per tutti. Perché il rispetto dell’arbitro non può significare rinunciare a verificare le sue decisioni. E quando una scelta incide sul risultato, il silenzio non può essere l’ultima parola.

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