Villa Arzilla divertenti 90 anni

l più grosso problema di Gianni Di Gregorio, quando ha deciso di passare alle vie di fatto con quel suo folle progetto che trasformava in film un pezzo della sua vita e buttava quattro esordienti sul set per un’età media intorno agli 87 anni, è stato quello di abbandonare il copione. Con le battute scritte ci poteva fare palline, le star erano incontrollabili; non solo dicevano quello che gli passava per la testa sul momento, ma quel che dicevano era perfetto e in più ogni giorno portavano nuove idee, spunti impensati tirati fuori da un bagaglio infinito di vita. Così, con un regista e protagonista un po’ figlio e un po’ badante, nel tempo di quattro settimane e mezzo in un appartamento di Trastevere dove lui aveva davvero vissuto, è nato un piccolo miracolo del cinema italiano: quel Pranzo di Ferragosto per il quale al Lido pubblico e critica fanno code interminabili, la Biennale organizza proiezioni straordinarie, e nelle sale - dove è da oggi in 40 copie - si annuncia una risposta calorosa.
Non aspettatevi il film della vita, piuttosto il piacere di una scoperta: il racconto brioso e a tratti commovente di una quarta età che rivendica il piacere di stare insieme, che non ne può più di giornate passate a guardarsi negli occhi con una badante; vecchiette che si rimpinzano di pasta al forno se solo il medico gli dice che non si può, che scappano nella notte come sedicenni perché fora se sta mejo, che si beccano, si consolano, si contendono la tv. Fanno i capricci come i bambini, ma come i bambini sono arrendevoli e non a caso una delle scene più toccanti è nel rovesciamento di ruoli che apre il film, quando è il figlio a leggere una storia alla madre per farla addormentare.
«E’ un film sugli antichi romani» dice Di Gregorio, con la sua camicia rosa e il suo vestito buono più una trasferta in tram che per una prima al Lido, e tra gli antichi romani ci si mette anche lui, sopravvissuto - assieme all’amico di vita e di set Alfonso Santagata detto il Vikingo - di un Trastevere che non c’è più.
Le quattro vecchiette terribili sono Marina Caciotti, 85 anni biondissimi; Valeria De Franciscis, 93 anni truccati, cofanati e ingioiellati; Grazia Cesarini Sforza, 90 anni con scialle e Maria Calì, 87 anni e una targa - esibita nel film e di sua reale proprietà, regalata dai nipoti - che la promuove imbattibile cuoca. Valeria è stata reclutata «perché mamma di un’amica», Marina e Maria con un annuncio al Centro anziani di Ostia, Grazia è la zia del regista. Sul set hanno portato se stesse: Valeria la sua eleganza, le unghie perfettamente smaltate, le rughe coperte dal fondotinta; Grazia la passione per il ballo, Maria la teglia per fare i maccheroni, Marina la certezza che la vita non finisce mai «hanno aperto la gabbietta, e adesso volo. Me tengo sto titolo di attrice, emmò vojo fa’ pure un calendario».
Gianni Di Gregorio, già sceneggiatore con Matteo Garrone, facendo questo film ha scoperto tante cose: che sul set ci si può divertire anche se in sala poi una lacrima può scappare, che il «cuore di mamma» non esiste e neanche quello di figlio (quando rompono, rompono), che c’è un mondo con le rughe da raccontare e che quello che le quattro vecchiette sono oggi noi saremo domani, e chiuderle in casa con le badanti non serve a rimuovere la realtà.
Lo spettatore potrà scoprire anche che la quarta età è un mondo di vedove che si trascina dietro figli sessantenni costretti ancora a dire una bugia per uscire con una donna. Gianni Di Gregorio lo sa, perché ci è passato: e sarà questo, infatti, il suo prossimo film.
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