Abusata dal padre orco, ottiene giustizia in tribunale: «La mia vittoria è di tutte»
Abusata quando era minorenne, oggi ha 23 anni e ha affrontato un lungo percorso giudiziario per ottenere giustizia. Dopo la sentenza lancia un appello alle altre donne: «Fate rete, fatevi aiutare e denunciate. Non si può affrontare tutto da sole»

«Comunque vada, abbiamo vinto», le aveva detto la pm poco prima della sentenza. In realtà, Anna (nome di fantasia) contro suo padre orco, che l’aveva ripetutamente molestata quando era ancora minorenne, ha vinto due volte. La prima dal punto di vista giudiziario, la seconda da quello morale.
L’uomo è stato condannato a 4 anni e 3 mesi (pena superiore a quella richiesta dalla la pm che aveva chiesto ai giudici 3 anni e mezzo) nonostante avesse cercato in tutti i modi di infangare la figlia. Per screditarla in questo percorso giudiziario sono state raccontate inesattezze e bugie, smontate una ad una durante il processo. Anna, oggi ha 23 anni, a maggio scorso aveva raccontato su La Tribuna la sua storia, lo aveva fatto per dire a tutte le donne che hanno subìto la stessa violenza di denunciare e di non sentirsi colpevoli.
Ieri, all’indomani della sentenza di primo grado, Anna è tornata a parlare e a rivolgersi a tutte le donne e le ragazze che sono state ferite da un genitore o da una persona di cui si fidavano. «Fate rete, fatevi aiutare e denunciate. Non si può affrontare un percorso così doloroso da sole».
La storia
Anna ha deciso di denunciare solo dopo aver compiuto 18 anni, nel 2021. Ha aspettato di essere maggiorenne per scappare di casa e una volta fuori ha capito che le attenzioni morbose di suo padre erano abusi. Lo erano quando lui si sdraiava sopra di lei e la baciava di notte mentre dormiva da piccola, lo erano quando al liceo le chiedeva se poteva baciarla e le metteva la mano sotto i vestiti.
«Sono scappata di casa e ho parlato con persone di cui mi fidavo, loro mi hanno aiutato ad entrare in una struttura protetta, alla Caritas, per il tempo necessario per trovare un’altra sistemazione. Lì sono stata aggredita da un ospite ed è intervenuta la polizia. Mentre rilasciavo la mia dichiarazione, mi hanno chiesto perché una ragazza di 18 anni trevigiana fosse alla Caritas, ho raccontato loro la mia storia e mi hanno consigliato di fare denuncia e avviare il percorso legale. Mi avevano avvertito che sarebbe stato difficile. Mio padre mi ha dipinto come una squilibrata, ma non mi sono fermata e sono contenta di averlo fatto».
Anna ha voluto dimostrare che gli abusi e le violenze non accadono solo nei libri e nei film o in famiglie particolarmente disagiate, sono più comuni e più estesi di quello che si può pensare. È capitato a lei, studentessa di uno dei licei più blasonati della Marca. Lei, figlia unica, amata in modo così plateale e invadente dal padre, un imprenditore trevigiano; lei tenuta distante da una madre fredda, che aveva capito, ma che non ha mai avuto il coraggio di difenderla.
Dopo la sentenza
«Sono felicissima, l’esito è stato inaspettato. Sin da subito ho voluto raccontare la mia storia perché conosco come si svolgono questo genere di processi in Italia, il tempo che ci vuole e anche che l’esito non è sempre favorevole e per mostrare anche al di fuori del tribunale quello che vive una donna che sceglie di denunciare».
Per Anna in questi anni è stato salvifico poter contare sull’appoggio di altre ragazze. L’amicizia, la cura e il supporto sono stati elementi indispensabili senza si sarebbe sentita persa. «In questi anni ho avuto modo di conoscere tante altre donne con storie simili alla mia, ci siamo supportate a vicenda e per me è stato un grande piacere e un grande onore poterle chiamare appena uscita dall’aula e sentire la loro commozione per quello che abbiamo conquistato insieme».
La mia vittoria
Anna oggi sta bene, sorride. Le parole utilizzate per infangarla non fanno più male. «La mia autostima, la mia identità, in quanto persona singola al di fuori di quello che mi è successo, le avevo già ricostruite, ma a vederle riconosciute in quell’aula da comunque da altre donne, come le giudici e la pm, per me c'è stato importante. È stato un segnale di speranza per tutte le donne che non hanno la mia stessa fortuna».
Anna torna a rivolgersi alle altre: «Si sta avvicinando il 25 novembre e quello che vorrei dire a tutte le donne è di denunciare. Perché è difficile, per me è stato difficilissimo ed è stato dolorosissimo, ma denunciare è importante, far sentire la propria voce è un diritto e può aiutare altre nella vostra stessa situazione». Anna non sa se suo padre ricorrerà in appello o accetterà la sentenza, sa che non ha più paura e che, in ogni caso, continuerà a camminare a testa alta e con lo sguardo fiero. Perché lei non è mai stata sbagliata.
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