Prima del 25 aprile, "Io, sopravvissuto alle bombe su Venezia"

I giorni della Liberazione se li ricorda bene: segnarono la fine di un incubo e il ritorno alla libertà. Ferdinando Angelini, 97 anni, è uno dei testimoni che la guerra l’hanno vissuta. Il 14 agosto 1944 era lui il motorista del vaporetto Actv bombardato dagli alleati in Bacino San Marco. Cinquanta morti in un giorno: «Così mi salvai».
VENEZIA I giorni della Liberazione se li ricorda bene: segnarono la fine di un incubo e il ritorno alla libertà. Ferdinando Angelini, 97 anni, è uno dei testimoni che la guerra l’hanno vissuta in prima persona. Il 14 agosto 1944 era lui il motorista del vaporetto Actv bombardato dagli alleati in Bacino San Marco. Cinquanta morti in un giorno, vetri rotti e danni anche a San Marco e alla chiesa della Salute.


Nella sua casa di Cannaregio, in calle delle Vele, Angelini ricorda quei giorni di 66 anni fa con la lucidità di un ragazzino. «Lavoravo nella sala macchine della Società Veneta», racconta, «un vaporetto che faceva servizio di linea da San Marco alle Zattere fino a Fusina». Navetta che portava in terraferma, da dove i viaggiatori potevano risalire la Riviera a bordo del trenino della Veneta Ferrovie. «Eravamo partiti da San Zaccaria poco dopo le 7, diretti in terraferma. Il battello era carico di gente, poveri che andavano in campagna per cercare da mangiare, a barattare qualcosa con pane e farina. Stavamo passando a fianco della nave ospedale tedesca Freiburg, che dicevano portasse anche armi di nascosto. Un aereo ha lanciato bombe di superficie tra noi e loro, è stato il disastro». Decine di morti tirati su dall’acqua e adagiati sulle motozattere. «Io non mi ero fatto niente», continua Angelini, «per fortuna il battello non è affondato. Allora siamo tornati indietro fino a San Zaccaria, abbiamo scaricato la gente al Metropole. Un signore che conoscevo, Antonio Cavassino, aveva la gamba staccata, gli ho stretto la ferita con una corda e l’ho tirato a bordo».


Era stato l’episodio più cruento della guerra in laguna. L’unico bombardamento a San Marco che aveva prodotto alla fine cinquanta morti e decine di feriti. E risvegliato la paura. Alla fine la guerra di Liberazione aveva permesso di ricominciare. Angelini diventa dirigente della Camera del Lavoro, al Malcanton, poi si iscrive alla sezione del Pci Anita Mezzalira di Strada Nuova, che frequenta ancora oggi. «Era un periodo duro, c’era tanta fame», continua, «ci si ingegnava a fare i mestieri più vari. Alla fine della guerra i battelli erano stati fermati in cantiere, perché era finita la nafta, non c’erano più soldi. Allora insieme al mio amico Cristante che faceva il macellaio ma di carne non ne vendeva più, avevamo messo in piedi un servizio di traghetto San Marco Fusina a remi. Otto chilometri di percorso, biglietto da 25 franchi e ci guadagnavamo la giornata.


La domenica il traghetto lo facevamo con le isole, gli ospedali di Sacca Sessola e San Clemente, 15 franchi». Angelini è il sopravvissuto di quella mattina di bombe. La faccia di suo padre, racconta con orgoglio, è dipinta negli affreschi che decorano il duomo di Vittorio Veneto. «Il pittore era il professor Pomi, abitava vicino a noi, al ponte della Dona Onesta». Oggi, 66 anni dopo, ha in mente nitidi quegli attimi del 14 agosto 1944, con le bombe sganciate a pochi metri da San Marco.

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