Nordest e tasserivolta anti-fisco
Questo governo crede, in altre parole, a un modello che gli studiosi delle imprese hanno chiamato «fordista» perché organizzato attorno alle istanze e ai benefici che la grande impresa è in grado di generare in un contesto stabile e regolato. Si tratta di una lettura che, ovviamente, stenta a mettere a fuoco le ragioni del successo economico delle nostre regioni e che, nelle sue versioni radicali, non esita a considerare il Nordest un'anomalia da sanare, contrastando in modo esplicito il lavoro autonomo e l'imprenditorialità diffusa. A questa chiave di lettura dell'economia italiana il Nordest nel suo complesso non è ancora riuscito a contrapporre una proposta culturale e politica sufficientemente robusta. La riproposizione - da destra - dei crismi del liberismo classico (proprietà come valore assoluto e sospetto di fronte alle pretese del soggetto pubblico) stenta a reggere una proposta politica per il Paese nel suo complesso. In realtà ci sono molte ragioni per chiedere una riduzione del carico fiscale, sia da destra che da sinistra, e per pensare, a termine, a strumenti effettivamente capaci di discriminare fra innovazione da sostenere e rendita parassitaria. Ne cito tre. La prima è legata al rilancio dell'economia. Se il Nordest reclama una fiscalità diversa non è perché è ossessionato dagli «schei», ma perché punta a rilanciare la crescita. L'obiettivo è valido per l'intero sistema-Paese. Guardando al panorama europeo, sono diversi i Paesi (dall'Irlanda alla Germania) che hanno scommesso con successo su aliquote fiscali più contenute per rilanciare lo sviluppo.
L'obiettivo è stato centrato senza mettere in discussione i presupposti dell'equità fiscale: in questi Paesi, a fronte di aliquote marginali ridotte, il carico contributivo continua a pesare principalmente sui contribuenti più ricchi. La seconda è legata alla qualità dello sviluppo. Il Veneto si candida a promuovere un nuovo modello di competitività centrato su un'idea ampia di innovazione, capace di comprendere lo sviluppo delle nuove tecnologie così come il design, la comunicazione, e la cultura in generale. Buona parte di queste funzioni non troverà spazio e accoglienza all'interno delle strutture aziendali tradizionali, ma si svilupperà in forma imprenditoriale. Sanzionare da un punto di vista fiscale questa componente del lavoro significa condannare il Nordest a replicare ciò che è stato negli ultimi vent'anni. Il terzo motivo per cui è ragionevole abbassare il carico fiscale è legato al ripensamento delle formule che regolano la produzione dei servizi oggi offerti dalle amministrazioni centrali e locali. Per ottenere flessibilità e personalizzazione, i servizi dovranno essere erogati attraverso logiche incardinate sul principio della sussidiarietà (riconosciuto come bipartisan nel nostro Parlamento), ovvero sulla capacità della società civile di attivarsi di fronte alle necessità di un territorio. In una Regione caratterizzata dal volontariato e dall'imprenditorialità sociale, è necessario testimoniare con determinazione la possibilità di un welfare più efficace e meno costoso di quello tradizionale e reclamare per questo un fisco adeguato. Per farla finita con le caricature ideologiche e per innescare un dibattito sulla modernizzazione del Paese che guardi con attenzione all'esperienza del Nordest è necessario che la politica faccia il suo lavoro. Una responsabilità particolarmente importante la ha, credo, il nascente Partito democratico, in particolare quella componente del Partito democratico che più si è spesa su una proposta federale a sostegno delle istanze del Nord. Questa forza nascente non può pensare di costituirsi senza riconoscere i tratti fondativi di un territorio che ha costruito il suo successo economico e sociale su una società imprenditoriale e che ha dimostrato di far funzionare la cosa pubblica molto meglio di tante altre regioni italiane
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