Giovani e lavoro in Veneto, Santocono: «Borse di impiego utili ma non bastano, serve un piano strutturale»
Il presidente Santocono: «Bene il progetto giovani di Stefani, pronti a collaborare. L’integrazione da sola non basta, ma inserita in un piano più ampio ha un senso»

Antonio Santocono è presidente di Unioncamere Veneto e InfoCamere. Il manager legge le parole del presidente della Regione Alberto Stefani sul piano giovani e dice: «Lavorare insieme, con un approccio sistemico e di lungo periodo, è la chiave per trasformare interventi puntuali in opportunità concrete e durature per i giovani e per il futuro del Veneto».
Giovani, appunto. Stefani, per mutuare un’espressione del poker, è “andato a vedere”. Ed è il dato politico più significativo delle ultime ore. Stefani, in ordine sparso, ha detto: «La Regione per il piano giovani mette 30 milioni di euro, apriamo alle “borse di impiego”, abbiamo coinvolto le università e a breve coinvolgeremo le fondazioni bancarie, vogliamo fare un progetto per aumentare l’attrattività del Veneto». Soprattutto, ha affermato Stefani, «mi aspetto che tutti facciano la loro parte». In questo c’è anche un non detto, una chiamata alla responsabilità agli enti e attori che lavorano sul territorio. Insomma, è il momento di essere concreti.
Presidente Santocono, quale è stato il suo primo pensiero quando ha sentito parlare della proposta di introdurre “borse di impiego” come misura temporanea per colmare il gap salariale tra i neolaureati che lavorano in Veneto e i neolaureati che lavorano negli altri Paesi europei?
«Ritengo che strumenti di questo tipo, pur rappresentando un segnale positivo, risultino ancora poco efficaci e di difficile realizzazione per i costi eccessivi, se considerati isolatamente e non sufficienti a risolvere un problema strutturale e complesso come quello dell’esodo dei giovani all’estero».
Sul tema il presidente della Regione ha ampliato lo spettro delle iniziative nel quale le “borse di impiego” potrebbero trovare collocazione.
«Mi ritrovo nelle parole del presidente della Regione. È fondamentale affiancare a queste iniziative, politiche più ampie e integrate, capaci di incidere in modo duraturo sulla qualità del lavoro, sulle prospettive di carriera e sulla competitività del sistema economico regionale».
E il vostro lavoro?
«Collaboriamo già con la Regione per individuare soluzioni condivise e realmente efficaci. Un esempio è rappresentato dalla Talent Week, che ha visto il coinvolgimento della Regione, delle città di Padova, Verona e Venezia con le tre Camere di Commercio interessate, di otto università del Nord Est, oltre al contributo di importanti attori del sistema economico e finanziario come Unicredit, il mondo dell’impresa e due Fondazioni bancarie».
Se Stefani bussasse alla porta chiedendovi di collaborare per il piano giovani nei termini da lui descritti, cosa rispondereste?
«Siamo pronti a collaborare».
Senta, al territorio servono i giovani, ai giovani serve una prospettiva, la prospettiva è data dal lavoro e dalle imprese. Cose serve alle imprese?
«In questo momento alle imprese servono incentivi e altre formule per rendere le aziende più competitive, ricerca e formazione in maniera sufficientemente adeguata in modo da rendere attrattivo il rimanere in Veneto. Il fatto che qui l’energia costi il triplo rispetto altrove è già un elemento frenante per le aziende».
Perché il Veneto è poco attrattivo?
«Ultimamente l’offerta delle imprese non è aderente alle aspettative dei giovani. Siamo abituati a proporre sempre i soliti modelli dimenticando che soprattutto dopo il Covid i giovani danno più importanza alla qualità della vita. Bisogna proporre un’offerta diversa».
Come spiega le eccezioni fuori dal Veneto?
«Appunto. Perché Lombardia ed Emilia-Romagna sono più attrattive? Perché fanno decollare progetti di rilevanza nazionale e internazionale oltre il sistema delle piccole e medie imprese. In più, ciò che mediamente manca qui, è una formazione oltre i canoni classici che possa fare crescere l’interesse del giovane nei confronti dell’impresa per cui lavora».
Questo approccio non rischia di essere un cortocircuito rispetto a un modello di lavoro che ha fatto la fortuna di questa terra?
«Sono trent’anni che si afferma che il miracolo del Nord Est è finito. Vediamo però che nonostante i sussulti il modello tiene. Io sto parlando solo un arricchimento di un modello tradizionale, non una rivoluzione. La cartina di tornasole è in un numero: 500 mila, i posti di lavoro rimasti scoperti nel 2025».
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