Il granchio blu risale il Piave, i pescatori increduli: «Ormai lo troviamo in città»

A San Donà i pescatori lo catturano sulle sponde vicino al centro urbano per limitare la diffusione spropositata che mette a rischio l’intero ecosistema del fiume: «Bisogna maneggiarlo con cura perché le loro grandi chele sono pericolose»

 

 

Giovanni Cagnassi
Il biologo Andrea Tomei con due granchi blu in mano
Il biologo Andrea Tomei con due granchi blu in mano

Gettano l'amo e ne pescano a decine in una sola notte. I pescatori professionisti o improvvisati sono increduli sul fatto che possano essere così tanti nel Piave. Sono i granchi blu, nome scientifico Callinectes sapidus, che piano piano sono risaliti dal mare e arrivati fino alla golena del fiume sacro alla patria, sulla sponda di San Donà di Piave.

Ma dalla parte di Musile sarebbe lo stesso. Solo che sotto il ponte della Vittoria ci sono delle comode pedane in legno dalle quali allungare le canne da pesca o affondare bolentini artigianali verso il fondo fangoso.

La pesca

Basta un'esca qualsiasi, magari un pezzo di pollo o di carne in genere, e il gioco è fatto. Si aggrappano con tutta la forza e, sentito lo strattone, basta tirare su. «L'importante è stare attenti», dice Fabio della provincia di Treviso, disceso fino alle rive di San Donà perché aveva sputo della "pescosità" di queste acque.

«Se si prendono un dito tra le grandi chele rischi davvero di perderlo o almeno lacerarti la pelle con la necessità di suture immediate per non restare dissanguato», continua, «in Piave ormai se ne pescano a decine in una sola sera e sono davvero buoni una volta puliti per bene e cucinato con un bel sugo di pomodoro».

Anche in acque dolci

Lo sanno bene i ristoratori che ormai lo propongono in tutte le salse da queste parti. Inizialmente suscitava qualche perplessità tra i clienti che prediligevano il nostrano granso porro, ma poi ha soppiantato anche questo.

Se queste specie aliene avevano invaso il litorale e le foci dei fiumi, piano piano si sono spinti a monte arrivando a San Donà e oltre. Ormai vivono bene anche in acque dolci, si sono perfettamente adattati. Ma non hanno fatto i conti con il loro unico vero predatore riconosciuto: l'uomo. Ormai è molto più semplice trovarli rispetto a branzini o orate, che pure arrivano sempre più copiosi risalendo il fiume. Il granchio blu è, infatti, una specie eurialina, che in biologia marina e zoologia indica la capacità di un organismo acquatico di tollerare forti variazioni della salinità dell'acqua.

La diffusione

Originario delle coste atlantiche del continente americano, in un'area che si estende dal Canada all'Argentina e il Golfo del Messico, il granchio blu prende il nome dai riflessi bluastri nelle chele ed è arrivato in Italia con le acque di zavorra delle navi mercantili. In Italia il primo esemplare risale in realtà al 1949, a Grado in Friuli Venezia Giulia. Addirittura nel 1948 una segnalazione era stata fatta in Grecia.

La diffusione spropositata è iniziata, però, dal 2020 in poi, grazie ad acque sempre più calde, siccità, assenza di predatori. E da allora è cresciuta anche la risalita salina nei delta dei fiumi come il Po, o il Piave e il Sile nel nostro caso. Cinque o sei anni fa erano a migliaia solo nel canale Revedoli, a Eraclea, a due passi dal mare. Poi hanno trovato le vie per i fiumi grandi, soprattutto con la fine dell'estate.

«Come risalgono le acque i branzini e le orate», spiega il biologo jesolano Andrea Tomei, «così anche i granchi blu, che sono eurialini, si adattano facilmente alle acque dolci. Bene che i pescatori li peschino in quantità perché è il modo migliore per ridurre colonie che sono arrivate a migliaia anche nei fiumi. Sono una minaccia costante, in quanto mangiano tutto quello che trovano e possono, ovvero dire piccoli crostacei e gamberetti di acqua dolce, schie. E naturalmente, anche avannotti e piccoli pesci, le uova».

 

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