Celestini primo italiano in gara "pecora nera" tra poesia e pazzia"

Il primo film italiano in gara è "La pecora nera" del regista italiano Ascanio Celestini: un viaggio nei manicomi italiani con la delicatezza di un grande attore di teatro italiano. Il film arriverà nelle sale il 15 ottobre.
Il cast de "La pecora nera"
Il cast de "La pecora nera"
VENEZIA. Un anarchico al Lido, a dispetto del nome aulico. Ascanio Celestini arriva col primo film italiano in concorso, e al di là di tutto (leggi: un film che ha la precisa imperfezione dell’esordio), conferma il suo ruolo di guastatore mobile. Celestini (38 anni) è da tempo una realtà del nostro teatro, uno che ha rinnovato i temi della satira, anche politica, proiettando spesso in un linguaggio metaforico, ma poi non così tanto, i luoghi e le persone contro cui si scaglia all’interno del suo teatro di narrazione.


Uno stemperare la satira che a chi non la ama (e non la capisce) immediatamente fa venire i capelli dritti: così è stato anche qualche tempo fa alla trasmissione di Serena Dandini, Parla con me, quando Celestini ha messo da parte i suoi tanti eroi ricorrenti da Pancotti Maurizio a Robertino Casoria (che tornano ne La pecora nera), per due personaggi nuovi: Tony Mafioso e Tony Corrotto. Non solo satira comunque, come quando, al No B-day, il 5 dicembre dello scorso anno, prese la parola, con un’incisività degna del miglior politico, o come nella recente lettera al direttore di «Repubblica» (il 27 agosto scorso), in cui invitava provocatoriamente il «suo» sindaco Alemanno ad abbattere Tor Bella Monaca.


Un teatro che è anche ricerca, testimonianza, come conferma La pecora nera, fortunata pièce teatrale oggi sullo schermo, che cuce assieme storie raccolte nei manicomio e in ciò che resta di loro. Passando dal palcoscenico allo schermo, l’anarchico perde un po’ di vis polemica. La storia è sempre costruita in prima persona, stempera l’immediatezza della battuta in qualche verbosità eccessiva per il cinema. Che tale è, e non cine-teatro. I matti di Celestini non sono né filosofi né macchiette da commedia all’italiana: condividono la stessa sorte, vivono nello stesso condominio in cui sono tutti santi, i matti, le suore e il dottore che «è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesù Cristo».


Questo tentativo di esaltare, con nostalgia, la memoria e il ricordo, ha una funzione politica: mostra l’inadeguatezza dell’oggi e proietta sulla Luna, anzi su Marte, il nostro futuro, da marziani. Marziani come i matti e i comunisti. Più o meno la stessa cosa, al momento. Anche a sinistra.




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