Ceggia, in migliaia per salutare il piccolo Gabriele e Tiziana
Strade deserte, serrande chiuse, bandiere a mezz’asta per i funerali

Non ci sono colpevoli, soltanto vittime: la bara che chiude il corpo di Tiziana, la mamma, è candida come quella del suo bambino Gabriele. Non ci sono giudizi né sussurri, solo dolore che fa di questi uomini e di queste donne maschere di pietra e di pietà, e di Ceggia un paese fantasma attraversato da un silenzio irreale, interrotto appena dal suono dei passi che si avviano alla chiesa e dal fruscio di mille e mille e altre mille mani che si sollevano per segnarsi all’arrivo dei feretri.
Walter Zago, l’uomo che nello spazio di un mattino ha perduto tutto quello che aveva, scende dall’auto a testa alta: niente lacrime, né lenti scure. Il suo viso è duro, scavato, schietto; prima di appoggiarsi su quelle due casse bianche, lo sguardo passa sulla gente.
La chiesa un’ora prima della cerimonia è già piena, mezz’ora prima - alla recita del rosario - gremita. Ma la gente non si accalca. Si mette in piedi, da un lato e dall’altro di via Roma, una folla che si perde alla vista e che non si alza sulla punta dei piedi per carpire un’immagine, non scambia una parola, non compie un solo gesto fuori posto. Ha solo il bisogno di esserci, di dare qualcosa di suo all’uomo che ha perso tutto. Accoglie il padre e le due bare in silenzio ma ha dentro una forza - il parroco e il sindaco la chiameranno semplicemente con il suo nome, «solidarietà» - che sembra fermare anche il tempo. La voce dell’officiante rimbomba, dagli altoparlanti, e raggiunge ogni angolo del paese. Il traffico è bloccato, le serrande degli esercizi abbassate, i balconi delle case accostati; le bandiere sono a mezz’asta, tutte tranne una rimasta a sventolare su una terrazza. Ma è una bandiera dell’Inter, è un regalo per Gabriele.
Non gemiti, non singhiozzi; fazzoletti tra le mani asciugano rapidi e quasi con pudore lacrime che non è possibile trattenere. Il volto di Tiziana e quello di Gabriele continuano a sorridere dalle epigrafi, a spuntare nelle centinaia di piccole foto a colori distribuite davanti alla chiesa.
Non tocca le corde della facile emozione, don Lorenzo; d’altra parte non ha nemmeno suonato le campane a morto. No, non cerca l’emozione facile: Tiziana nelle sue parole è sempre «la nostra sorella», e Gabriele «il nostro fratellino». E l’uomo quanto poco può fare, alla fine: il suo è «amore piccolo», è disegno che confluisce nel Grande Amore di Dio. Parla da teologo, rinuncia a «perché» di questa terra.
I canti sono accompagnati dalla chitarra, la cerimonia asciutta, senza parole o ricordi o messaggi ad aggiungere strazio. E mentre in chiesa Walter Zago non toglie gli occhi dalle due bare che ha voluto bianche, fuori insiste quel silenzio, quell’immobilità che dice più di mille parole.
La benedizione, l’Eterno Riposo, la folla che s’incammina lungo la strada per raggiungere il cimitero. Centinaia di persone precedono le bare, centinaia le seguono; e ancora solo il rumore dei passi, mentre ormai la foschia si sta facendo nebbia e lungo il Piavon la natura ancora spoglia disegna contro il cielo la morte di un bambino.
Sembra troppo piccolo, il cimitero di Ceggia, per contenere tutta questa gente eppure sono ancora tutti qui; Mara Bragato, cugina di Tiziana, legge una lettera. Bellissima, dolorosa. Racconta di una bimba timida, di una ragazza intelligente e acuta che voleva studiare, che amava l’arte e la storia, la medicina e la politica, e i libri che divorava: una ragazza che, per «difficoltà, convenzioni e luoghi comuni» aveva dovuto percorrere «una strada che forse non era la sua». Poi era arrivato Gabriele, «tu vivevi per lui e lui per te»; Gabriele per cui «anche un capriccio andava capito, perché per lui era importante». In quale momento della vita il male aveva messo radici? Nella bimba timida, nell’adolescente sensibile, nella ragazza assetata di cultura, nella giovane brillante o nella madre attenta, nella donna così esigente con se stessa da ritenersi - lei, proprio lei - insufficiente?
Non è bastato tutto l’amore dato, tutto l’amore avuto: Walter Zago sta lì, spalle dritte, mentre le due bare scivolano nei loculi. Nemmeno i respiri, adesso: solo il suono sordo e ritmato di una mano che muove un attrezzo di ferro, la malta, i mattoni.
Due loculi, uno vicino all’altro. Non avere paura del buio, Gabriele.
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