«Il mare dentro casa, la finestra per fuggire». L’inferno dei Ballarin in musica alla Fenice
Ernesto Ballarin e la moglie Liliana da San Pietro in Volta sono gli unici testimoni viventi dell’alluvione del 1966 ad aver visto la propria storia in musica: la famiglia è infatti protagonista di Aquagranda, l’opera per i cinquant’anni dall’evento

«L’acqua cresceva, e non calava più». Ernesto Ballarin, memoria storica classe 1941, il 4 novembre del 1966 ha visto l’acqua del mare inghiottire San Pietro in Volta in un sol sorso. Assieme a sua moglie Liliana, è l’unico testimone vivente di quella tragica alluvione ad aver visto la sua storia in musica.
La famiglia dell’allora venticinquenne Ernesto è protagonista di Aquagranda, l’opera commissionata al compositore veneto Filippo Perocco su libretto di Roberto Bianchin e Luigi Cerantola per l’inaugurazione della stagione 2016-2017 del Teatro La Fenice di Venezia. Nata per ricordare i 50 anni dai fatti del ’66, è tratta dal libro Acqua Granda. Il romanzo dell’alluvione di Roberto Bianchin. Undici anni fa, Marco Angius diresse Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, Damiano Michieletto curò la regia dell’allestimento.
«Di quella notte, purtroppo, ricordo tutto», dice Ballarin. «Avevo già due figlie piccole. Mia moglie Liliana, Lilli nell’opera musicale, aspettava la terza. Dovevo partire per la Francia. Da cameriere, sarei andato a fare la stagione invernale. Il giorno prima, avevo comprato a Chioggia un paio di scarpe». Come accade a novembre, l’acqua ha cominciato a salire.
«Sentivo mio padre in calle con i pescatori chiedersi: Cresce, cala? Mi sono vestito, sono sceso. Il vento portava incessante le alghe a riva. Al mattino ci siamo trovati sommersi. Il piano terra di casa era completamente allagato. Vivevamo con mio papà e sua sorella. Una signora mi disse di chiudere la bombola del gas. Non c’erano i telefonini. Eravamo completamente isolati». Finché Venezia non è stata allertata e sono arrivati dei mezzi di soccorso per evacuare l’isola.
«Ricordo l’attesa, e l’ansia nell’aspettare. Ferry-boat e motonave non potevano attraccare alla riva», riferisce Ballarin. Ha gli occhi lucidi. «Bisognava scendere da una finestra, montare su barchetta, raggiungere un peschereccio, e poi il mezzo di soccorso. Mio papà e mia zia, inizialmente non volevano lasciare casa, poi hanno capito che le cose si mettevano male. Schei e ori in tasca, andiamo in campagna, dissero». Non sapevano dove li avrebbero portati.
«Come prima cosa, ho preso del latte e delle coperte per le bambine. Abbiamo superato il porto in ferry, un inferno di vento. A Santa Maria del Giglio nono siamo potuti scendere, per la riva troppo bassa, allora siamo finiti all’Ospedale al Mare, in una camerata gelida. Io con i jeans bagnati, mia moglie incinta e le bimbe, un letto in quattro e una coperta. Meno male che avevamo i plaid. La mattina le piccole avevano fame. Per farmi scaldare il latte, ho lasciato 10.000 lire di mancia ai volontari. Mio papà è tornato a casa, ha trovato come tutti un tappeto di fango. Noi siamo rimasti in Ospedale. L’ho raggiunto poco dopo- Non c’erano viveri in isola, niente. Né acqua, né luce. Con mio cognato, a secchi salati, abbiamo pulito tutto prima che si asciugasse e incrostasse la salsedine. Aveva pescato un branzino. Mio papà ha acceso un fuoco e, così, abbiamo messo insieme la cena, con il pane che i soccorritori avevano portato. Dopo dieci giorni sono partito per la Francia».
Il mondo intero ha aiutato Venezia. «Venne persino il presidente Kennedy», rispolvera Ballarin, che aggiunge: «Tutti i vecchi sono tutti voluti tornare a Pellestrina». Che ne pensa del Mose? «È costato uno sproposito, ci sono state ruberie, ma dirò sempre grazie a Mazzacurati».
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