Gomorra veneta in frantumi casalesi pronti a collaborare
VENEZIA.
I napoletani, anche se appartengono alla criminalità organizzata come quella dei casalesi, non sono come i mafiosi; magari sono più crudeli, ma assomigliano più a teppisti anche se organizzati e quando finiscono in carcere, a differenza dei siciliani, soffrono e non vedono l'ora di uscire. Per questo i pentiti di camorra, sia tra i boss sia tra i guaglioni, si contano a decine. Così, anche tra quelli finiti in manette per aver organizzato una filiale veneta dei casalesi, almeno stando alle accuse della Direzione distrettuale antimafia veneziana, c'è già chi ha deciso di confessare, di ammettere propri ruoli e responsabilità nella fitta rete di usura ed estorsioni che aveva stritolato almeno un centinaio di imprenditori padovani e vicentini, che colpiti dalla crisi economica a loro si rivolgevano. Buona parte dei 27 arrestati sono rinchiusi in carceri fuori del Veneto e hanno fatto sapere o capire ai giudici che li hanno interrogati di voler collaborare, così il pubblico ministero veneziano Roberto Terzo, che ha coordinato le indagini, nei prossimi giorni comincerà il giro delle carceri per sentire quello che hanno da dire. Nel frattempo, comunque, proprio dagli uffici della Procura lagunare filtra una precisazione che riguarda l'avvio di questa indagine iniziata lo scorso anno con decine di intercettazioni telefoniche ed ambientali. A mettere in pista gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Padova e dei carabinieri di Vicenza è stato un imprenditore padovano, R.R, che, vincendo la paura di ritorsioni, ha presentato la denuncia e che ha insistito per parlare con i magistrati veneziani. Questo è stato il vero motore dell'inchiesta e non le chiacchiere o le voci raccolte in qualche bar da questo o quel maresciallo, magari più attento di altri. Senza il coraggio dell'imprenditore padovano i ventisette indagati non sarebbero finiti in manette. Proprio perché il suo ruolo emerge chiaramente dagli atti dell'inchiesta, carte che dovranno essere messe a disposizione degli indagati e dei loro difensori, la Procura veneziana ha chiesto che il padovano R.R. sia messo sotto protezione. Non solo per quello che ha già raccontato rompendo il muro dell'omertà, ma anche perché sarà chiamato a testimoniare e a ripetere ciò che ha dichiarato nei verbali, anche durante il processo in aula, quando verrà il momento. La banda che gli investigatori veneti hanno smantellato ha dimostrato di essere pericolosa, di avere armi a disposizione e di non temere l'uso della violenza, quindi l'imprenditore che li ha denunciati per primo deve essere protetto con attenzione. Tra l'altro, anche se non si tratta di un'organizzazione emanazione diretta del clan dei Casalesi, è stato dimostrato che alcuni di loro, in particolare Mario Crisci ritenuto il capo, sia per il paese da cui è originario (Castelvolturno) sia per i contatti che aveva, erano in buoni rapporti con i boss casalesi. Anche perché il sospetto è che il danaro da prestare, quello che inizialmente ha aiutato a muovere i primi passi alla banda in Veneto, venisse proprio dalle casse dei clan della camorra, che in questi anni è risultata vincente grazie anche al riciclaggio di enormi somme.
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