Violenza sulle donne, Bellio: «Dopo le denunce i tempi di attesa sono lunghi»

L’analisi di Bellio del centro antiviolenza La Magnolia: «Spesso le donne sono costrette a stare in luoghi sicuri per mesi: C’è bisogno di forze di polizia e magistrati dedicati al codice rosso»

Giovanni Cagnassi
Nel 2026 sono state già 123 le donne che hanno contattato il centro per situazioni di violenza
Nel 2026 sono state già 123 le donne che hanno contattato il centro per situazioni di violenza

Forze di polizia e magistrati dedicati al “codice rosso” . È l’unica soluzione che il presidente della fondazione Ferrioli-Bo, che comprende anche il centro antiviolenza La Magnolia, Roberto Bellio intravede nel prossimo futuro per fermare l’ondata di violenza contro le donne. Il centro Antiviolenza del Veneto orientale rappresenta un punto di riferimento per le donne che necessitano di ascolto, orientamento e supporto in situazioni di violenza o di rischio.

I contatti registrati comprendono sia richieste di informazioni e primo orientamento, sia situazioni che hanno successivamente dato avvio a un percorso di presa in carico. Nel 2024 sono stati registrati circa 300 contatti complessivi, dei quali 122 hanno avuto un seguito attraverso un primo colloquio e gli eventuali successivi incontri. Nel 2025 i contatti sono stati 236, dei quali 112 hanno avuto un seguito e hanno dato luogo a un percorso di accompagnamento. Nel 2026, a oggi, 123 contatti complessivi, dei quali 70 hanno avuto un seguito. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia un lieve incremento delle donne che hanno avviato un percorso presso il centro: nello stesso arco temporale 2025 erano circa 60, nel 2026 sono attualmente 66.

Presidente, oggi siamo di fronte agli annunci rassicuranti della politica, da una parte, e la vita reale fatta di violenze e addirittura morti?

«Quello che riscontriamo, come centro antiviolenza, è che ci sono purtroppo ancora due velocità da registrare. Abbiamo le esigenze delle donne, e dei loro figli, che chiedono di essere tutelate e di avere una rapida risposta dello Stato. E poi quella della autorità giudiziaria che ha dei tempi spesso lunghi, lughissimi in questi contesti difficili, che non collimano con le esigenze di una donna in posizione di forte debolezza e fragilità».

Perché i tempi si dilungano in questo modo?

«L’autorità giudiziaria ha bisogno di prove concrete che arrivano necessariamente dalle indagini della polizia giudiziaria. Solo dopo, nella fase successiva, vengono assunti i provvedimenti cautelari. I magistrati hanno anche tanti problemi da affrontare. La donna deve poter uscire di casa e avere un luogo in cui nascondersi in caso di pericolo. Ma, in determinate condizioni di pericolo, non potrà uscire anche per settimane in attesa di accertamenti della polizia giudiziaria per poi assumere eventuali provvedimenti. Ci vogliono anche settimane e ci sono problemi oggettivi da affrontare. Il lavoro, ad esempio, che rischia di perdere. E i bambini che devono andare a scuola. Noi, presso i nostri centri e case protette, abbiamo anche delle educatrici. Lo scorso anno, però, un bambino in quinta elementare non ha potuto nemmeno partecipare alla festicciola di fine anno perché blindato in casa protetta. Ci sono due velocità diverse, dunque, che creano dei problemi. La donna in una condizione di protezione si trova in un appartamento protetto, dove non può uscire. Isolata dal mondo senza telefono, social o amici con cui parlare. La misura cautelare nei confronti dell’aggressore non è veloce. Basti vedere il caso di San Donà, dove sono passati mesi nonostante denunce e reati commessi».

Ci sono stati passi avanti?

«Il codice rosso è venuto in aiuto, abbiamo adesso il reato di femminicidio, reati che sono ora d’ufficio. Ma ci sono anche tanti fascicoli e poco personale nelle procure. Ci mettono anche 30 giorni per emettere la misura cautelare. A San Donà, una donna che presenta sei denunce e il suo ex è ancora fuori. Può capitare anche questo, per vari motivi: altri casi da esaminare, intoppi, malattie. È un attimo. Un problema anche di cancellieri e personale che manca».

Che soluzioni vede?

«In questo momento l’unica soluzione sono magistrati e forze di polizia dedicate solo a questo fenomeno. Non sono reati comuni, incidono sulle persone vulnerabili, come le donne e i bambini. Richiedono un’attenzione diversa da altri reati. Anche le forze di polizia devono essere specializzate solo in questo».

 

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