Perché serve un “assessorato alla pace” a Venezia

Non è un sogno velleitario: è una direzione possibile in un’epoca in cui le città, prima ancora degli Stati, possono farsi laboratorio di pace e custodi del dialogo internazionale

Andrea Martella
Venezia e la guerra nel Golfo: turismo, energia e il ruolo della città come ponte di pace
Venezia e la guerra nel Golfo: turismo, energia e il ruolo della città come ponte di pace

Di Andrea Martella *

Il conflitto nel Golfo sembra lontano, confinato in quelle coordinate geografiche che i notiziari evocano con la freddezza della distanza. Eppure basta guardare all’aumento del prezzo della benzina e del cherosene, al rischio di un loro più forte razionamento come conseguenza diretta del blocco parziale delle rotte energetiche mediorientali, per accorgersi che quella guerra – nella speranza che l’appena annunciata tregua di due settimane sia un primo passo per porvi fine – non è affatto lontana: ci riguarda, ci attraversa, ci scuote.

Venezia, più di altre realtà, avverte questa vicinanza. Perché vive di scambi, di turismo, di mobilità, e ogni crisi globale tocca immediatamente la sua economia fragile e la sua vocazione internazionale. Il settore turistico, già provato da incertezze strutturali e da un equilibrio sempre precario tra sostenibilità e mercato, risente subito di tensioni e paure globali: è bastato l’annuncio delle prime esplosioni per registrare cancellazioni di prenotazioni e flussi in calo.

Non è una novità: ogni guerra, ancor più se coinvolge aree di transito come il Medio Oriente, scuote il desiderio di viaggiare e mette in discussione l’idea stessa di un mondo aperto.

Ma questa volta colpisce più duramente, perché la guerra appare come un ritorno violento a una logica di distruzione totale: quando tra le vittime si contano università, centri culturali, luoghi di sapere, si capisce che non si mira più a un “cambio di regime”, ma a una più drammatica cancellazione delle infrastrutture civili di un intero popolo. Ed è difficile non vedere, in questa escalation, una resa del linguaggio della diplomazia alla brutalità della forza.

Nel frattempo, qui, la nostra città non può restare solo spettatrice del mondo, perché Venezia è, da sempre, parte integrante della sua storia e del suo intreccio mediterraneo.

Basta camminare lungo il Canal Grande per ricordarlo: il Fondaco dei Turchi, la Scuola degli Armeni, la chiesa dei Greci, i segni tangibili di una civiltà che ha fatto dell’incontro la sua cifra, della mediazione il suo mestiere. Venezia è nata come porto, crocevia, laboratorio di convivenza; e questa sua identità, oggi più che mai, può tornare a essere risorsa politica e culturale.

Ci sono proposte, che nascono anche dalla società civile e dal mondo associativo, che vanno in questa direzione e che credo debbano essere prese in seria considerazione, come quella di istituire un assessorato alla pace. Un’idea che ad alcuni potrà sembrare utopistica o meramente simbolica, ma che in realtà potrebbe diventare il cuore di una nuova politica internazionale locale. Un assessorato del genere non servirebbe soltanto a coordinare iniziative culturali o commemorative: potrebbe strutturare relazioni permanenti con città del Mediterraneo, università, ONG, istituti religiosi e laici che promuovono il dialogo tra le sponde. Una rete, insomma, che renda Venezia motore del futuro: una città che non si limita a esporre la propria storia di pace, ma la esercita attivamente come ruolo politico e morale.

Venezia potrebbe proporre conferenze, programmi di scambio, gemellaggi, ponti concreti di diplomazia urbana: quel “soft power” civile e culturale che spesso anticipa la politica ufficiale. La sua posizione al centro del Mediterraneo e del continente europeo, insieme alla sua storia di relazioni con il mondo ottomano, armeno, greco e arabo, ne fanno una candidata naturale a ospitare un centro internazionale per la mediazione e la cooperazione mediterranea.

Non è un sogno velleitario: è una direzione possibile in un’epoca in cui le città, prima ancora degli Stati, possono farsi laboratorio di pace e custodi del dialogo internazionale.

La crisi nel Golfo, dunque, ci interroga. Non solo sulla sicurezza energetica o sulla tenuta del turismo, ma sul senso del ruolo che vogliamo giocare come comunità. Possiamo restare spettatori o possiamo scegliere di tornare a essere protagonisti del Mediterraneo, come Venezia è stata per secoli: una città aperta, cosmopolita, capace di tessere relazioni dove altri costruiscono muri.

La pace, oggi più che mai, non è una parola astratta: è una responsabilità concreta. In questi anni questa vocazione non è stata costruita né organizzata: Venezia ha continuato ad avere una storia internazionale straordinaria, ma senza una strategia, senza una regia all’altezza.

Sta a noi decidere se Venezia vuole limitarsi a osservare il mondo o tornare a parlare al mondo.

 

* Candidato sindaco di Venezia per il centrosinistra

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