Case di riposo con pochi medici. Nei Pronto soccorso dell’Usl 3 è boom di anziani
Nei giorni scorsi circa cento accessi in più rispetto alla media. Una 93enne ospite della Rsa Contarini ha aspettato dalle 9.30 alle 2 del mattino

Fragili, maggiormente esposti alle conseguenze dell’influenza, ospiti di case di riposo sempre più in difficoltà a trovare medici. Sono in aumento gli anziani che arrivano dalle rsa ai Pronto soccorso dell’Usl 3, risentendo delle complicanze dei mali di stagione. Febbri che non scendono, tossi che diventano insufficienze respiratorie, influenze che si trasformano in polmoniti.
E, senza una rete sanitaria che possa effettivamente prendersi in carico questi pazienti, gli anziani vengono dirottati nei reparti di Emergenza-urgenza, che si riempiono. Se le festività sono state particolarmente dure per i Pronto soccorso, tra picco influenzale e ambulatori medici chiusi, la situazione continua ad essere complessa: sono circa 300 gli utenti che ogni giorno questa settimana sono arrivati nel reparto dell’Angelo, contro i circa 200-240 accessi medi del 2025, di cui circa il 75% dopo il triage ha ricevuto un codice bianco o verde.
Tantissimi gli anziani, come una 93enne ospite all’rsa Contarini che nei giorni scorsi è entrata alle 9.30 ed è uscita alle 2 del mattino, riportata in struttura con una diagnosi di polmonite. Un’attesa infinita, spesso logorante per utenti e per i familiari che sono con loro.
L’Usl, però, guarda anche l’altra faccia della medaglia e ricorda che questa è dettata anche dal fatto che, soprattutto davanti alle persone più anziane, vengono fatti tutti gli accertamenti del caso, per un check-up completo. «A mia sorella, alla fine», racconta Nadia Costantini, che aveva raggiunto la 93enne in ospedale, dopo aver saputo del trasferimento in ambulanza, «hanno prescritto una terapia e i medici hanno detto che era meglio riportarla in casa di riposo, controllando che rispondesse bene alla cura».
Come lei, altri anziani delle case di riposo sono arrivati nei Pronto soccorso perché nelle strutture i medici sono sempre meno e, quando ci sono, spesso gestiscono anche quaranta o cinquanta utenti, tutti fragili e polipatologici. Solo lo scorso venerdì, Ipav ha fatto sapere di aver affidato due incarichi libero professionali ad altrettanti medici, da inserire nelle loro strutture. «A mandarci i professionisti», aveva spiegato Andrea Zampieri, direttore dell’area Servizi alla persona, «dovrebbe essere l’azienda sanitaria ma la coperta è corta e non hanno nessuno, così dobbiamo trovarli noi, poi ci rimborsano».
Ben tre sui cinque attivi nelle case di riposo mestrine di Ipav sono in pensione, così come i due nuovi ingressi: l’unica soluzione per garantire il servizio e permettere, così, agli utenti di poter contare su un medico in struttura che, però, spesso non basta e l’unica soluzione è ricorrere al Pronto soccorso, con tutto ciò che ne consegue. Lunghe attese, pazienti che si spazientiscono, carichi di lavoro estenuanti per medici e operatori.
Una situazione che trasforma i reparti di Emergenza-urgenza in trincee da cui scappare e in cui sempre meno medici vogliono prendere servizio. Tanto che il 2025 si è chiuso con una maxi delibera dell’Usl con cui sono stati conferiti ben 33 incarichi in libera professione per rimpinguare le corsie dei cinque Pronto soccorso dell’azienda sanitaria. Una soluzione tampone che probabilmente non vedrà una risoluzione finché non verrà fatta una riforma della medicina territoriale.
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