Tangenti Mose, condannato anche l’ex magistrato contabile

VENEZIA. Altri 256 mila euro entreranno nelle casse dei risarcimenti dovuti all’Erario dai protagonisti del vorticare di danari e tangenti attorno alla realizzazione del Mose, negli anni della gestione Mazzacurati.
In questo caso, i magistrati della Corte dei Conti d’Appello hanno condannato un loro ex collega: Vittorio Giuseppone, nei primi anni del 2000 consigliere delegato della Sezione di controllo della Corte del Veneto, l’organismo chiamato a vigilare sulla realizzazione del Mose.
Accusato di essere stato a libro paga del Consorzio per «svariate centinaia di migliaia di euro annui» per non gravare di verifiche e controlli la realizzazione dell’opera e il suo finanziamento pubblico, la Corte del Trentino Alto Adige (competente sui magistrati veneti) lo condannò in prima battuta a risarcire lo Stato con 450 mila euro, per danno da disservizio.
Ora i giudici d’appello riducono il dovuto a 256 mila euro, pari alla metà degli stipendi percepiti, ma solo negli anni in cui era membro nella Sezione del Veneto (2000-2004) e in quella Centrale a Roma con delega sugli enti locali (2005), non per gli anni successivi (fino al 2008), quando il suo incarico non gli avrebbe permesso di interferire con le vicende veneziane.
Fu proprio l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, a raccontare agli inquirenti di avere avuto a libro paga anche un magistrato contabile, facendo il nome di Giuseppone, amico di lunga data di Luciano Neri, il dirigente del Consorzio che inventò il “fondo Neri”, ovvero il pozzo nero alimentato con i sovrapprezzi a carico dello Stato per spese inesistenti, dal quale attingere le mazzette «servite poi alla corruzione di esponenti politici e di pubblici funzionari per l’ottenimento di finanziamenti ed agevolazioni», scrivono i giudici.
Compreso «un magistrato della Corte dei conti, allo scopo di accelerare la registrazione degli atti di approvazione delle convenzioni, dai quali dipendeva l’erogazione dei fondi al Mose, nonché per ammorbidire i controlli di competenza della Corte sulle somme erogate al consorzio». Il “fondo Neri” sarebbe così stato destinato in parte a «foraggiare» Giuseppone.
C’è da dire che, in sede penale, Giuseppone è uscito dal processo per prescrizione del reato e che - nella causa contabile - si è difeso strenuamente negando le accuse e sostenendo che non vi sia prova alcuna a suo carico di tangente. Ma per i suoi colleghi della Corte «non si è neanche arrischiato a rinunciare alla prescrizione, come era sua facoltà per dimostrare la sua innocenza», ricordando la sentenza con la quale lo «il giudice, nel dichiarare la prescrizione del reato ascritto a Giuseppone, ha motivato in maniera davvero inusuale, manifestando il suo convincimento circa la sua colpevolezza».
«Dimostrata in via presuntiva la percezione della cospicua e pluriennale tangente», prosegue la Corte d’appello «non è in dubbio che sia stata finalizzata al mercimonio del delicato ruolo di Giuseppone, in qualità di consigliere delegato della Sezione regionale di controllo per il Veneto, essendo contrario a ogni logica che somme di tale entità vengano dal corruttore elargite senza contropartita».
Danno da disservizio: Giuseppone - ad esempio -« non risulta aver mai avviato alcuna indagine sulla gestione del Mose, nonostante il presidente di sezione gli avesse assegnato tale incarico nel 2001». E la sentenza si chiude con un inquietante dubbio.
«È netta la sensazione, leggendo gli incartamenti processuali e tenuto conto della rilevanza economica e strategica dell’affare, del fiume di danaro riversato per oliare la macchina burocratica e delle competenze delle sedi centrali di controllo della Corte, che non sia stato il Giuseppone l’’unico magistrato contabile destinatario di tangenti per la vicenda Mose in quegli anni, sebbene l’inquirente non sia riuscito ad individuare alcun correo». —
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