Giovane donna sequestrata e violentata all’ex Telecom, 33enne condannato a dieci anni
Sentenza pesante per l’episodio di un anno fa, la richiesta della Procura era di undici anni. La difesa va in appello

Per il tribunale di Venezia, nell’aprile del 2025 all’interno del buco nero dell’ex palazzo Telecom nel cuore di Mestre ci furono violenza sessuale e lesioni gravi ai danni di una donna. Per questo motivo, ieri il collegio giudicante presieduto dal giudice Incardona ha condannato a dieci anni e un mese Salah Deker, il 33enne di origini tunisine accusato dalla pubblico ministero Anna Andreatta di violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni a carico di una giovane donna mestrina, violentata all’interno del luogo abbandonato e degradato.
La richiesta di pena avanzata dalla Procura ammontava a undici anni. Una decisione che l’avvocato difensore del 33enne, Alberto Zannier, ha già annunciato di voler ricorrere in appello giudicando del tutto «inattendibile» la versione fornita dalla vittima.
L’uomo, senza fissa dimora e da qualche tempo stabile in Italia, si era avvaldo della facoltà di non rispondere dopo l’arresto e la custodia cautelare i carcere. Tanti sono stati i punti oscuri della vicenda. A cominciare dall’eventuale coinvolgimento di altre persone e dall’effettivo sequestro della donna.
Elemento, questo, che emergerebbe dalla denuncia presentata dalla vittima ma che, in sede di interrogatorio di garanzia, non era stato trattato.
Entrambi erano senza fissa dimora, si conoscevano e da qualche tempo avevano trovato rifugio nel cuore della città. Una violenza maturata in una situazione di degrado, quindi, i cui contorni sono stati in parte chiariti, a partire dal rapporto tra i due.
Quando la donna era riuscita a divincolarsi, era poi stata soccorsa da alcuni avventori dell’osteria Da Gino, che l’avevano vista accovacciata a terra, dietro un furgoncino, chiedere aiuto con le poche forze che aveva.
La 32enne era poi rimasta all’ospedale dell’Angelo, in osservazione, sia per motivi clinici legati alla grave violenza subita e alle percosse, sia per motivi di protezione.
La Procura oltre alla violenza sessuale, contestava al 33enne le lesioni gravi e il sequestro di persona. Lo stupro era stato contestato al solo fermato, escludendo quindi una violenza di gruppo, della quale le forze dell’ordine non avevano più avuto evidenza. Totalmente diversa, invece, la versione fornita nel corso del processo dalla difesa del 33enne tunisino, il quale davanti ai giudici aveva spiegato non solo di non aver avuto alcuna relazione con la donna, ma nemmeno di averla conosciuta pur ammettendo di averla vista all’interno dello stabile, in quanto entrambi senza fissa dimora.
Né, a detta dell’avvocato Alberto Zannier, sarebbe stata fornita prova delle tracce di violenza sessuale, contrariamente invece alle evidenti tracce del pestaggio per il quale però l’imputato si è sempre dichiarato del tutto estraneo.
Per l’avvocato di parte civile, invece, decisiva si è rivelata la narrazione precisa dei fatti in udienza oltre che il referto del pronto soccorso per lesioni gravi. Insomma, versioni concordanti che ora - attesi i 90 giorni delle motivazioni - porteranno ad un secondo grado di giudizio.
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