Il nuovo stadio del Venezia in terraferma non piace ai baristi: «Tradizione persa e incassi giù»
Dal 2028 il Venezia giocherà nel nuovo impianto al Bosco dello Sport a Tessera. Gli esercenti di via Garibaldi delusi: «La città muore e perde la sua identità». Al bar Alle colonnette, storico presidio arancioneroverde, i titolari contrariati: «I nostri pre partita da mezzo secolo ritrovo di giovani»

El cuor no se vende. All’indomani della firma del contratto di concessione con cui Ca’ Farsetti affida per 40 anni al Venezia Fc la gestione del nuovo stadio a Mestre, l’adagio veneziano dipinto sulle tende da sole della Pescheria del Mercato di Rialto rimbomba in via Garibaldi.
La stessa via G cantata dal rapper classe 1997 Dablosi nel brano “Forza Unione!”. Quella che quando i ragazzi di Davide Nicola giocano in casa è un fiume in festa di bandiere e bicchieri di spritz al Cynar. Senza match di livello al Penzo, gli esercenti della zona stimano incassi annuali in calo fino al 30%. C’è chi medita di cambiare aria, ma non è solo questione di business.
«Un altro pezzo di città se ne va, e intanto Venezia lentamente muore», si vociferava ieri tra i locali storici. A cominciare dal Bar alle Colonnette, quartier generale della tifoseria arancioneroverde.
«I nostri pre partita sono famosi in tutta Italia, qui la festa riunisce appassionati di ogni età» racconta Riccardo Di Pietro, con sua moglie Elisa Baldo dietro al bancone dell’unico bar sport in città menzionato dal magazine Tuorlo, nonché teatro della campagna pubblicitaria della Cynar, principale sponsor della squadra.

La famiglia Baldo ha fondato il bar 50 anni fa. «Quello che verrà meno è un’altra tradizione dell’isola. Certo», dice Di Pietro, «due partite al mese per nove mesi sono soldi, ma è un’usanza quella che perdiamo, un rituale profondamente legato al sestiere Castello e a cui sono affezionati centinaia di ragazzi giovani».
Quell’atmosfera l’ha respirata anche la presidente del club, Francesca Bodie, prima e dopo il debutto in Serie A del Venezia Fc contro il Lecce. Per mercoledì 28 ottobre, Venezia-Inter, il gruppo Brigate Lagunari 1987 ha dato appuntamento Ae Do Ombre dalle 16.30, «per bere fiumi di birra insieme prima di raggiungere il Penzo».
Dalla piena operatività, nel 2028, del nuovo stadio al Bosco dello Sport, Nicola Folin, titolare del bar Al Calice, prevede una perdita annua degli incassi tra il 20 e il 30%. Riguardo il trasloco del calcio maggiore veneziano in terraferma, abbozza un sorriso a denti stretti: «Un peccato divino».
Francesca Pederoda, titolare con suo marito Tobia Lenarda di Basegó, per i giorni di partita schiera la squadra di camerieri e baristi al completo e ordina 60 baguette, calcolando per ciascuna 20 cicchetti. «Ci attendiamo un 15% buono di introiti in meno all’anno. Stiamo meditando se trasferirci altrove. Il lavoro è diminuito dall’introduzione del contributo d’accesso, nei giorni in cui viene riscosso, e da quando la Biennale, circa un paio d’anni fa, non ha più permesso con lo stesso biglietto di accedere alle sedi, uscire in pausa pranzo, e rientrare. Le partite del Venezia sono uno degli eventi su cui facciamo affidamento».
Silvio Colauzzi è nato e cresciuto a Castello. È lo zio dei Nevodi, ristorante in via Garibaldi. «Con il calcio a lavorare sono soprattutto i bar, più che i ristoranti», nota, «ma la notizia l’ufficialità che le partite non si disputeranno più a Sant’Elena rimane per tutti i veneziani un pugno sullo stomaco. Ordini professionali, sedi di enti e istituzioni, redazioni di giornali. L’esodo continua».
Storcono il naso anche da Hopera. Il locale valuterà se chiudere durante i mesi invernali, da dicembre a marzo, «in assenza di un calendario sportivo che tenga alta una stagione altrimenti davvero poco movimentata».
«Ci godremo il periodo che resta» chiosa amaro Marco Sarti, titolare del Bar Mio.
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