Sanità, meno dermatologi allungano le liste d’attesa: «Tante richieste e pochi posti»
Per mancanza di medici specializzati lo scorso anno ha chiuso l’ambulatorio del Lido, nei mesi scorsi anche quello di Mirano. Secondo un rapporto Gimbe, nel 2025 un italiano su dieci ha rinunciato alle cure

«Ci sono dei grossi problemi a rispettare la priorità perché ci sono tantissime richieste e pochi posti a disposizione, oltre a un deficit di medici». Questa la mail che una 35enne ha ricevuto dall’Usl, davanti alla sua richiesta di fissare una visita dermatologica per rimuovere due sospetti melanomi, su consiglio di uno specialista di un centro privato.
Anche l’Angelo, come il resto d’Italia, si scontra con la carenza di dermatologi che rende sempre più difficile garantire i servizi.
Liste d’attesa infinite
La 35enne, immunodepressa, dopo una visita in un centro privato e con l’impegnativa a 30 giorni del medico di base in mano per la rimozione preventiva di due nei, ai tentativi di prenotare la visita all’Angelo, fondamentale prima dell’intervento per verificare l’effettiva necessità, riceve una mail dall’Usl in cui viene spiegato che «ci sono dei grossi problemi a rispettare la priorità perché ci sono tantissime richieste e pochi posti a disposizione, oltre a un deficit di medici».
La direzione dell’Usl 3, una volta saputo della situazione, corre ai ripari e promette che «la visita avverrà nel rispetto dei tempi» e ammette che «la Dermatologia è la branca in cui è più difficile assumere specialisti, e al riguardo il nostro territorio vive le stesse difficoltà che si registrano in tutto il Paese.
Poi aggiunge: «In questo settore specifico, è molto difficile anche reclutare medici specializzandi, molti dei quali scelgono già da subito di avviarsi ad altri ambiti professionali rispetto al servizio sanitario pubblico».
La Direzione cerca una soluzione: «In questo quadro di pesante carenza di specialisti dermatologi, e per supplire almeno in parte a questa difficoltà, la Direzione mette in atto ogni possibile azione anche nell'organizzazione del lavoro, ad esempio chiedendo, là dove possibile, il supporto di chirurghi plastici e del maxillo-facciale, che però non possono sostituire i dermatologi se non in alcune delle loro funzioni».
Intanto, la 35enne sta passando da una clinica all’altra per farsi fare i preventivi per l’intervento: i prezzi vanno da 300 a 600 euro. Costi proibitivi, che rendono la salute un privilegio.
Fuga nel privato
La carenza dei dermatologi è un problema anche per le aziende sanitarie stesse. Anche perché non è che questi professionisti non ci siano, è che scelgono di lavorare nelle cliniche e nei centri privati, dove gli stipendi sono più alti e l’organizzazione della vita privata è più agevole.
Solo nell’ultimo periodo, infatti, dal reparto dell’Angelo in due hanno fatto le valigie in favore del privato.
Ambulatori e reparti sempre più vuoti e quindi costretti a rallentare se non addirittura a chiudere, come nel caso dell’ambulatorio al Lido, ormai più di un anno fa, o di quello di Mirano, chiuso da qualche mese per dirottare l’utenza sul servizio mestrino.
Un problema che coinvolge e sconvolge tutt’Italia, con la resa definitiva arrivata lo scorso agosto, quando il Ministero ha rimosso dai Livelli essenziali dell’assistenza (Lea) i controlli generici e le mappature dei nei, uno degli strumenti più importanti per la prevenzione contro il melanoma.
Una scelta dettata dall’impossibilità per il sistema di far fronte ai bisogni di salute dei cittadini.
Sanità bene di lusso
L’esito di tutta questa situazione, purtroppo lo conosciamo. Paventato per anni da associazioni, comitati e sindacati di tutt’Italia, sta diventando realtà giorno dopo giorno.
Mentre il Sistema Sanitario Nazionale arranca, stremato dalla carenza di personale che svuota ospedali e servizi territoriali, la salute diventa sempre più spesso un bene di lusso, accessibile solo a chi ne ha le possibilità.
Ecco, allora, che quello screening tolto dai Lea diventa un’opportunità per i cittadini che viene meno. Una prestazione d’élite, perché se è vero che la salute viene prima di tutto, chi non arriva a fine mese non ha nemmeno il tempo di pensare alle mappature dei nei.
Anche se si tratta di prevenzione che, in alcuni casi, salva la vita. E allora si rimanda a tempi migliori, e si rinuncia.
L’ultimo rapporto Gimbe fa sapere che nel 2025 un italiano su 10 ha rinunciato alle cure. Per quasi sei milioni di persone curarsi non è un’opzione.
Non per scelta, ma per necessità. Perché non c’erano soldi, perché non c’era tempo, perché non c’erano date per le visite e gli esami.
È un’Italia che sta male e si sente in colpa anche per questo. Che ha imparato a dire “tornerò quando peggiora”.
E ogni giorno in più in attesa è un giorno in meno di vita, un giorno in più di paura.
Un disegno, dicono in molti, tratteggiato già decenni fa dalla politica e portato avanti a colpi di sottofinanziamenti al Sistema Sanitario Nazionale, mancati rinnovi dei contratti, cittadini costretti a rivolgersi al privato.
È un’economia della malattia, dove chi soffre è mercato, e la salute è un prodotto da acquistare. E chi non può, si arrangi.
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