San Donà, tre medici nei guai per il suicidio di un paziente

SAN DONA'. Per il pubblico ministero veneziano Rita Ugolini il primario del Servizio Psichiatrico Gianfranco Bonfante e quello di Medicina Mauro Scanferlato e il medico Francesca Dassiè, tutti in servizio all’epoca dei fatti presso l’Ospedale di San Donà, devono essere processati per concorso in omicidio colposo per la morte di un paziente quarantenne, M.M., che il 15 giugno di due anni fa si era ucciso lanciandosi da una finestra dell’ospedale sandonatese dopo essere stato legato al suo letto ininterrottamente per undici giorni. La rappresentante della Procura ha depositato gli atti e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio: prima i tre indagati potranno chiedere di essere interrogati o i loro avvocati potranno depositare una memoria difensiva. Toccherà poi al giudice dell’udienza preliminare valutare se prove e indizi sono sufficienti a mandarli davanti al giudice monocratico per il processo.
M.M. era stato ricoverato con un provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio il 31 maggio 2011, era un paziente seguito da oltre 15 anni dal Servizio psichiatrico e soffriva di schizofrenia paranoide. Dopo otto giorni era stato trasferito in Unità coronarica a causa di una tromboembolia polmonare e di una broncopolmonite basale, causate - stando a una consulenza medica compiuta per conto del pubblico ministero dal medico legale Sergio Lafisca e dal primario psichiatra di Venezia Fabrizio Ramaciotti - dal fatto che dal 3 giugno era rimasto legato a un letto di contenzione. Nel capo d’imputazione contestato a Bonfante si legge che questa pratica così come praticata in questo caso nel suo reparto è «impropria e illecita» in quanto utilizzata come terapia e non come «atto per consentire la terapia» e contraria alle indicazioni della Conferenza delle Regioni che si basa sullo studio «The European Commitee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment». Dopo essere stato ricoverato in Unità coronarica, il 14 giugno era stato trasferito in Medicina e 24 ore dopo si era lanciato nel vuoto da una finestra di quel reparto. Stando alle accuse, i tre medici nei rispettivi ruoli (Dassiè è il medico che aveva dato disposizioni di slegare il paziente) avrebbero omesso Bonfante d’informare i colleghi di Medicina sul rischio di suicidio del paziente, acconsentendo che fosse ricoverato in quel reparto invece di essere trasferito nuovamente in Psichiatria e, in concorso con Dassiè, di predisporre e concordare un piano terapeutico al fine di verificare lo stato di salute mentale di M.M. e di verificare se i locali dove il paziente era ospitato fossero dotati di strutture di protezione in particolare alle finestre. Scanferlato, infine, avrebbe consentito il ricovero del paziente nel suo reparto pur essendo consapevole del suo particolare stato di salute mentale e nonostante fosse a conoscenza che Medicina era privo di infissi e serrature di sicurezza. Secondo il capo d’imputazione, i tre avevano l’obbligo giuridico di impedire che M.M. si suicidasse.
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