Pescivendolo a 93 anni: la storia di Gianni che ogni mattina apre il banco in campo Santa Margherita
Gianni Dabalà con la sua famiglia conserva una tradizione storica a Venezia. E’ rimasto l’unico ad avere il banco nel cuore della movida del centro storico

«Una volta i banchi qui erano tanti, fino a dieci. Adesso siamo rimasti solo noi». Gianni Dabalà, 93 anni, non conosce la pensione. E’ forse il pescivendolo più anziano della città. E ogni mattina si presenta al lavoro per tagliare il pesce, curare i gamberi e servire i clienti di campo Santa Margherita, a Venezia, con la consueta grinta e precisione.
Un’intera famiglia dietro il banco del pesce, i Dabalà. Papà Gianni, la signora Rosanna, di qualche anno più giovane, efficiente e mai stanca. I due figli Riccardo e Paolo. «La gente qui non viene solo per comprare pesce» dice Paolo. E’ una piccola comunità che resiste al cibo sempre uguale dei fast food e punta sui prodotti della laguna. Arricchita di ospiti e curiosi. E di gabbiani che aspettano - non sempre con pazienza - la chiusura dell’attività quotidiana per festeggiare e mangiare quel che resta.
La famiglia dietro il banco è un esempio tra i pochi rimasti in città. Dove una ventina di anni fa le rivendite del pesce erano decine, concentrate al mercato di Rialto ma anche nei sestieri di Castello e Cannaregio e alla Giudecca. Adesso non sono molte quelle rimaste. I clienti residenti sono in calo, i turisti fotografano tanto e comprano poco. La qualità del pesce è il segreto per farli sopravvivere. “Robanostrana”, dicono. Gamberetti curati a mano con pazienza e grande tecnica dai due anziani, pesce di ogni tipo tagliato e messo in mostra. Nessun odore, profumo di mare.
Le famiglie rimaste in città non sono tante. C’è quella storica di Nino Zane, a Rialto. Padre e due figli, un banco ricchissimo che attira fotografi e turisti. Ogni mattina all’alba si va in barca dall’isola di Burano al mercato all’ingrosso del Tronchetto. Poi in Pescheria ad allestire il banco e a vendere. Con qualunque tipo di tempo, pioggia, neve, nebbia. A Rialto i banchi del pesce si contano oggi sulle dita di una mano. Ci sono i Donaggio, famosi per la loro grande qualità nell’unico negozio ancora adibito a magazzino e rivendita. Gli Zane della Pescheria d’angolo, i buranelli.
Sopravvivono puntando sulla qualità anche i piccoli banchi di Cannaregio. Quello delle Guglie, quello di campiello Widmann gestito da un unico operatore, il campione del remo Giuliano Pagan. “Vendo tutto, e il giorno dopo si ricomincia, qui si trova solo il top di gamma”, commenta fiero. Piccoli banchi anche in via Garibaldi e alla Giudecca.
Ma in tutto le rivendite del pesce non sono più di una decina. Ai tempi d’oro, quando Venezia aveva il doppio degli abitanti di oggi, erano quattro volte tanto. Una tradizione che viene mantenuta adesso con fatica dalle famiglie e dai professionisti. Vita dura, orari impossibili. Ma la soddisfazione di essere ancora una “bottega” sopravvissuta all’invasione. Un punto dove anche gli anziani chiedono e chiacchierano. Che mantiene viva la comunità.
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