Omicidio Pamio, la procura generale pronta a chiedere la revisione del processo
Le carte sono in via di predisposizione. Gli elementi della difesa di Monica Busetto riguardano la possibile contaminazione del Dna. Sono passati 14 anni dal delitto, l’operatrice sanitaria si è sempre detta innocente

Due colpevoli per lo stesso omicidio. Per ora. L’incredibile storia di Monica Busetto, in carcere da dodici anni per l’omicidio della dirimpettaia Lidia Taffi Pamio, di cui si è sempre detta innocente, sembra essere instradata verso un punto di svolta. La richiesta di revisione del processo depositata dai difensori della donna condannata in via definitiva a venticinque anni di carcere, non dovrebbe restare l’unica.
A ciò che si apprende, anche la Procura generale di Venezia è pronta a depositare una istanza ex articolo 630 del codice di procedura penale per tornare in tribunale, riportando indietro le lancette della giustizia, e decidere se prosciogliere o meno l’operatrice socio sanitaria di Mestre, con nuovi elementi di cui tener conto nel giudizio. Le carte sono in via di predisposizione.
Nell’ottobre del 2024 un tentativo dei legali della Busetto di far riaprire il processo era stato rigettato dalla Cassazione, dopo che già a marzo era arrivato il no della Corte d’Appello. Questa volta, con i nuovi elementi portati dai difensori in tema di possibile contaminazione del Dna repertato su cui poggia la condanna, e con l’appoggio della Procura generale, l’esito potrebbe essere diverso.
Questione di picogrammi
Ad incastrare Monica Busetto, tre picogrammi di Dna (una quantità infinitesimale) della vittima trovati su una catenina d’oro spezzata che la donna aveva in casa. Contaminazione di laboratorio su una catenina della Bussetto, secondo la difesa. Prova definitiva per i giudici.
Leggendo gli atti la genetista Lucia Bartoloni ha notato un’anomalia: nel verbale del laboratorio i tempi di entrata e uscita dei reperti non coinciderebbero con quelli necessari da protocollo a sterilizzare l’attrezzatura tra un campione e l’altro. E i tre picogrammi sulla collanina potrebbero aver viaggiato da un reperto all’alytro anche per via aerea.
La confessione dell’altra
Il 29 dicembre 2024, Busetto era in carcere da quasi due anni, già condannata in primo grado dalla Corte d’assise a 24 anni e mezzo di reclusione. Quel giorno, a Mestre, venne uccisa un’altra anziana, l’81enne Francesca Vianello, che viveva in corso del Popolo. L’assassina venne presa nel giro di un paio di giorni: Susanna “Milly” Lazzarini. La cui madre era amica sia Vianello sia della Pamio, entrambe vedove, entrambe uccise sotto le feste natalizie.
Messa alle strette, a fine febbraio 2016 Milly confessò anche il primo omicidio. Ma dopo aver negato con risoluzione per tre interrogatori di aver mai conosciuto Busetto, e averla pienamente scagionata, improvvisamente al quarto e quinto interrogatorio cambiò versione, dicendo che la donna era entrata durante il delitto e aveva voluto dare il colpo mortale finale alla Pamio.
Tesi ribadita qualche mese dopo al processo d’appello contro Busetto: davanti ai giudici raccontò di aver lasciato la porta aperta e che la donna era entrata e l’aveva aiutata a dare le ultime coltellate, pur ammettendo che non si conoscevano. Il processo si concluse con la condanna di Busetto all’ergastolo (poi ridotto a 25 anni in un appello bis per motivi tecnici) e l’arresto in aula per riportarla in cella, dove resta.
Nel frattempo Lazzarini è stata condannata per due volte a trent’anni di carcere per i delitti. Nella sentenza sul delitto Pamio, il gup David Calabria ha scritto che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro». —
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








