Moschea a Mestre, la comunità bengalese: «I tempi sono maturi per un luogo di preghiera»
L’imprenditore Manwar: «La nostra città è indietro rispetto a tante realtà europee». L’albergatore Md Jahangir Alam: «Siamo a tutti gli effetti cittadini veneziani». Per l’influencer Rhitu: «L’integrazione è un percorso, il primo ricatto è del Comune»

«Che serva un luogo di culto, o più luoghi di culto e spazi dove riunirsi, è un dato di fatto. La nostra città è indietro rispetto a tante altre capitali come Londra o Parigi e il fatto che ancora non ci sia un luogo di aggregazione la dice lunga». Clark Manwar, imprenditore nel campo del turismo, diviso tra Mestre e centro storico, ha la cittadinanza italiana da più tempo di tutti.
Dice pacato: «Il Comune non viene incontro alla comunità, eppure i tempi sono maturi. Serve un luogo di preghiera così come di aggregazione, ma vedo che c’è sempre una frattura che non si riesce a colmare. E me ne dispiaccio. Il Comune deve allungare la mano, aprire un tavolo con delle figure importanti, per iniziare un dialogo sereno e far conoscere ai mestrini e ai veneziani le tantissime iniziative della comunità, altrimenti rimaniamo indietro. Dovrebbe essere dato per scontato che si possa avere un luogo dove pregare, la quantità delle persone che abitano la città lo impone».
I bengalesi sono oltre 10 mila in città. Nei giorni scorsi, Manwar ha organizzato il concerto di un fumoso cantante bengalese, riempiendo il Teatro Corso. «Quanta fatica: avevo già in mano il permesso per poter utilizzare Forte Marghera, poi me l’hanno improvvisamente negato, adducendo delle scusanti, sostenendo che il prato era in sofferenza, con l'autorizzazione già in mano».
Md Jahangir Alam, 41 anni, è arrivato dal Bangladesh negli anni Duemila e oggi ha rilevato uno dei simboli di Marghera, l’Autoespresso, trasformandolo in un elegante hotel.
«Un luogo dove riunirsi, organizzare iniziative, pregare serve sicuramente» spiega «tutta la comunità sente questa esigenza. Da Mestre a Marghera. Io personalmente vado dove trovo parcheggio, ma capisco la necessità. Basta pensare quante persone hanno frequentato via Giustizia in primavera. Siamo tanti, molti di noi hanno la cittadinanza, siamo a tutti gli effetti cittadini veneziani con un lavoro, io sono un imprenditore impegnato. Nei giorni scorsi sono venuti per dei controlli di rito, non è stato trovato nulla di fuori posto».
Rhitu Miah, imprenditrice e influencer bengalese, forse una delle persone più ascoltate in questo momento in città, è dura con la posizione del sindaco, ma critica anche l’atteggiamento di Howlader. «La moschea di via Giustizia non è per tutti, molti musulmani hanno già i loro punti di riferimento. Ma l’errore più grande lo ha fatto l’amministrazione, dicendo “o vi integrate o niente centro di culto”, come se fosse un ricatto. Non può essere che l’amministrazione non faccia nulla per fare in modo che la gente si integri e poi dica che se non lo fa, niente moschea. Servono strumenti, competenze e possibilità di integrarsi, una amministrazione inclusiva deve mettersi in gioco. Qui manca la volontà di colloquiare, di parlare, di interagire».
Prosegue: «Serve sedersi attorno a un tavolo, confrontarsi, discutere assieme. L’integrazione necessita un percorso, non un ricatto e questo è il peggior modo per raggiungerla, perchè si fomenta solo l’odio: deve passare il messaggio che si lavora per la città».
Chiarisce: «Anche Howlader sbaglia parlando a nome di tutti, e soprattutto rispondendo al ricatto annunciando una protesta». Tra gli imprenditori musulmani, questa volta non bengalese, c’è Hoda Kheireddine, libanese, architetto e imprenditore che in città ha lanciato molte attività. «La chiusura di tutti i luoghi irregolari è un grande bene per i musulmani prima di tutto, perché ci mette tutti (cittadini e amministrazione) nella condizione di pensare ad un progetto degno della nostra città in una visione internazionale» dice.
E aggiunge: «Una moschea deve essere per tutti. Per Venezia intera, cittadini di ogni nazionalità uniti dal Credo, anche veneziani convertiti, le migliaia di turisti che arrivano in centro storico. I tempi a mio avviso sono prematuri. Bisogna partire del tema più importante, che è quello della rappresentanza vera (chi parla a nome di chi e chi rappresentata chi?) nonché dell’opinione pubblica, che deve essere favorevole. No è una “moschea dei bengalesi”, questa è la scusa per fare polemiche: serve una moschea per tutti i musulmani, deve essere per la città intera e andrà realizzata quando i tempi saranno maturi».
Nel frattempo? «Penso all’Arena che a breve sarà inaugurata a Tessera. Non si gioca il venerdì in orario di preghiera, possiamo affittarla e pagarla, di certo ci stanno tante persone e non disturbano».
A chiedere con forza un tavolo con le istituzioni, il presidente della Comunità Islamica di Venezia e Provincia, Sadmir Aliovsky: «Da sempre la nostra Comunità ha scelto il dialogo come strada per affrontare anche le questioni più delicate. Lo abbiamo fatto con le istituzioni, con le altre comunità religiose e con le realtà del territorio. Oggi pensiamo sia arrivato il momento di fare un passo avanti. A Venezia e provincia esiste una comunità musulmana numerosa, stabile e profondamente inserita nel territorio.Per questo rivolgiamo alle istituzioni una richiesta semplice, sediamoci a un tavolo, ascoltiamoci, confrontiamoci e troviamo una soluzione».
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