Minacce su Facebook: Zecchinato ne querela 28

VIGONOVO. Nei social network vanno di moda minacce ed insulti in libertà, ma il sindaco di Vigonovo non ci sta: copia la pagina di Facebook e denuncia per diffamazione e minacce sia l’autore del post sia tutti coloro che hanno condiviso quei commenti.
Ora per S.M un trentatreenne del paese autore delle minacce, e per altre ventisette persone sono guai seri. A spiegare cosa è successo è lo stesso sindaco. «Ho saputoda un amico», spiega Zecchinato, «che su un profilo facebook aperto a tutti ero stato pesantemente minacciato di morte. E il commento era stato anche condiviso da 27 utenti. Altri 3 avevano addirittura reiterato le minacce nei miei confronti».
La frase in questione era detta completamente in dialetto veneto. S. M minacciava sul suo profilo di “buttare via la testa al sindaco con la motosega se l’acqua del brenta fosse entrata nel suo garage e avesse bagnato la sua Vespa».
Questo, secondo S. M., sarebbe stato causato dal fatto che il Comune non avrebbe fatto le necessarie manutenzioni agli argini del Brenta.
«Minacce di morte inaccettabili», dice Zecchinato, «offese gratuite e assurdità che non possono essere tollerate. Se ci si informasse prima di insultare si scoprirebbe tra l’altro che la manutenzione degli argini del Brenta non è di competenza del Comune ma del Genio Civile e cioè della Regione. Il Comune senza l’autorizzazione di quell’ente addirittura non può intervenire». Il sindaco comunque non si è fatto intimidire. Ieri ha presentato denuncia a carabinieri e Procura della Repubblica ed è stato dato incarico anche all’avvocato del Comune di agire legalmente in una eventuale costituzione di parte civile da parte dell’ente locale.
«Su Facebook o su altri social network la gente da qualche anno a questa parte pensa che tutto sia lecito», commenta Zecchinato, «Qualcuno facendo queste minacce pensa pure di fare lo spiritoso, fa il gradasso e si dà arie. Questi comportamenti vanno stroncati. È ora che ci si renda conto che queste sono delle piazze pubbliche in cui i giudizi e le offese sono pubblici. Chi commette dei reati deve essere perseguito, e stavolta non devono farla franca nemmeno quelli che in modo compiacente condividono o cliccano “mi piace”. Cliccando condividono quella diffamazione e minaccia. È come se loro stessi come pappagalli la ripetessero».
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