Casa di comunità a Mestre, cantieri in chiusura. Servizi attivi da luglio

Lavori durati oltre due anni per la struttura di via Cappuccina, il nodo del personale. E’ costata 7,3 milioni finanziati dal Pnrr

Maria Ducoli
La demolizione dell’ex Ced per la realizzazione della Casa di comunità
La demolizione dell’ex Ced per la realizzazione della Casa di comunità

Cantieri prossimi alla chiusura, in via Cappuccina a Mestre. Dai primi di luglio i servizi della Casa di comunità inizieranno ad essere attivi. Una bella notizia, dopo mesi di lavori con diverse lamentele anche da parte delle organizzazioni sindacali per le condizioni in cui, per forza di cose, si trovavano a lavorare gli operatori.

Così, nel rispetto delle tempistiche del Pnrr, anche la struttura di Mestre centro è pronta ad aprire le proprie porte, con l’obiettivo di rafforzare i servizi territoriali.

Due anni di lavori

I cantieri alla Casa di comunità di Mestre erano partiti nell’aprile del 2024: dopo oltre due anni, a brevissimo potranno chiudersi definitivamente. La struttura sorge nell’area del distretto sanitario al civico 129: i cantieri prevedono da una parte la demolizione e la ricostruzione dell’edificio ex-Ced, in disuso da anni, dall’altra la riorganizzazione dello stabile principale attualmente in funzione. Un’operazione del valore di 7,3 milioni di euro, in parte finanziati tramite la missione del Pnrr dedicata alla sanità.

Il nuovo fabbricato, a pianta rettangolare di 28 per 13, 5 metri, si sviluppa su quattro piani, per un’altezza totale di 16 metri. La superficie utilizzabile sarà di 1100 metri quadri, e sul tetto è previsto un impianto fotovoltaico di 34 kW di potenza.

I servizi

Quello di via Cappuccina è un polo centrale, sia per la sua posizione che per il bacino di utenza, calcolato in circa 180mila persone. L’attivazione del Punto unico di accesso (introdotto proprio con le Case di comunità) permetterà al cittadino di trovare risposta alle sue esigenze, con una presa in carico della persona a tutto tondo.

È prevista, poi, anche una complessiva riorganizzazione, con il collocamento del punto prelievi al piano terra, uffici amministrativi di “primo impatto” e l’ampliamento degli ambulatori. Alla base della rivoluzione della sanità territoriale, incarnata proprio dalle Case di comunità, almeno sulla carta, c’è l’idea che in questi presidi i cittadini possano trovare delle risposte a tutto tondo per il loro bisogno di salute, sia sul fronte sanitario che sociale.

Il nodo del personale

Affinché questo si realizzi, però, servono dipendenti. Medici, infermieri, oss, tecnici di laboratorio. Fin dal momento in cui, dopo la pandemia, si è iniziato a parlare di Case di comunità, i sindacati non hanno mancato di far sentire le loro preoccupazioni rispetto alla carenza di personale che nel post Covid è diventata la principale emergenza del Sistema sanitario nazionale.

Il timore che queste nuove strutture, cuore di una riforma della medicina territoriale, restino delle cattedrali vuote c’è ed è forte. Ma politica e aziende sanitarie si dicono fiduciose. Intanto, il primo step, quello dei lavori strutturali, si potrà presto dire concluso.

 

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia