Marghera, il “buco nero” dei capannoni: tre morti in un anno nel cantiere abbandonato
Nel cantiere abbandonato tra via Brunacci e via Fermi a Marghera, ribattezzato “buco nero”, sono morte tre persone in meno di un anno. Il luogo, rifugio di senzatetto e tossicodipendenti, è diventato una trappola mortale

È il «buco nero di Marghera», una terra di nessuno senza nome, riparo di fortuna per senzatetto e sbandati, ma anche una trappola mortale. Tre le vite che si sono interrotte in meno di un anno in questo luogo alla periferia della città, che sorge tra i capannoni industriali dell’area produttiva a Sud di Marghera e i grandi centri commerciali, tra cui la Nave de Vero.
L’ultimo corpo, appunto, è stato ripescato martedì sera. Da quanto risulta, la vittima è ancora senza nome: è stata disposta l’autopsia, anche se il sospetto è che sia morta per annegamento.
Il «buco nero» – così lo chiamano alcuni residenti della zona – è un cantiere abbandonato in via Brunacci, all’angolo con via Fermi, dove la smania di costruire e cementificare si è scontrata con la fallibilità umana. Da fuori, dalla strada dove centinaia di veicoli passano ogni giorno, sembra solo un rudere: qualche colonna di cemento mangiato dal tempo e dalle intemperie, e un tetto mai completato. Ma è solo entrando che si respira il peso delle tragedie che si sono consumate in quello spazio.
Tracce di vita
Barbecue arrugginiti con trucioli di carbonella e avanzi di cibo, lattine di birra, latrine improvvisate agli angoli più estremi dello stabile. Questo è quanto si trova scavalcando senza particolare fatica le transenne all’ingresso principale dell’area. Un cartello giallo avvisa del pericolo di annegamento: unico monito dopo i due decessi della scorsa estate, quando i corpi di due cittadini di origini straniere sono stati ripescati da alcuni pozzi.
Solo muovendosi in giro si possono notare anche gli aspetti più critici e delicati di quella terra di nessuno. Sulle scale che portano al piano superiore si trovano confezioni di bicarbonato (usate in strada per tagliare cocaina e altre droghe sintetiche), siringhe e flaconi di metadone, oltre naturalmente a cucchiai con i tipici aloni violacei causati dal calore, frutto della combustione di eroina.
Li si trovano abbandonati qua e là sui gradini della principale rampa di scale che dovrebbe portare al piano superiore. Un piano superiore mai completato, senza un vero e proprio tetto, inadatto persino a proteggere dalla pioggia vista la quantità di infiltrazioni che provocano cascatelle d’acqua che scendono da un piano all’altro.
Nella pancia dell’ecomostro
La stessa rampa di scale che porta al primo piano è anche quella che porta al seminterrato. E se le tracce di vita da un lato rendevano l’idea di quanto questo luogo di via Brunacci sia un luogo in cui i disperati cerchino (e a volte trovino) rifugio e ristoro, è quell’antro buio che svela quella che per alcuni è stata una trappola mortale.
Un’unica scala porta sottoterra, ma è impossibile da percorrere.
Questo perché le fondamenta in cemento hanno intrappolato l’acqua piovana, che come in un grosso catino è finita per ristagnare. Con il livello dell’acqua che raggiunge quasi il soffitto, e la pochissima luce che filtra, scivolare equivale a una condanna a morte. Come non bastasse, il piano terra è costellato da trafori – che sarebbero dovuti diventare forse bocche di lupo, forse lucernari – che portano senza margini di risalita a quella vasca sotterranea mortale.
Morti silenziose
È probabilmente così che sono morte tre persone nell’arco di un anno. Scivolate nell’acqua, forse perché stanche, forse perché ubriache o tradite dal buio.
Durante le indagini, lo scorso anno, era stata vagliata ogni pista: dal gesto volontario alla rissa finita male. Ma nessuna delle ipotesi aveva trovato prove a sostegno. Alle prime due vittime, un bengalese e un uomo dell’Est Europa, era stato dato un nome soltanto giorni dopo il ritrovamento.
«Quei due ragazzi si sapeva che vivevano lì, in quel buco nero», racconta un operaio della zona, che chiede di restare anonimo. «Quando abbiamo notato che erano spariti, pensavamo se ne fossero andati altrove», aggiunge, «ma non ci aspettavamo fossero morti proprio lì. Dopo di loro, però, non ho più visto nessuno entrare o uscire».
La rigenerazione
Lo stabile di via Brunacci si trova a una manciata di passi dal commissariato della Questura di Marghera, e al confine col parco Emmer. Proprio quest’ultimo è recentemente entrato in un lento ma positivo percorso di riqualificazione.
«Prima che arrivassimo noi, questa era una zona difficile», spiega Marco Scimè, dell’associazione Catene 2000. Da aprile l’imprenditore votato al solidale ha preso in gestione la casetta-bar di parco Emmer.
«Abbiamo lavorato molto in queste settimane per renderlo uno spazio per la cittadinanza», spiega, «dove invece prima era un posto con brutte frequentazioni. Ora le persone con tendenze violente vanno altrove, e qui siamo riusciti creare un presidio di legalità. Purtroppo non possiamo essere ovunque», sospira Scimè, «altrimenti avremmo fatto il possibile per aiutare quello sfortunato».
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